“A Ravenna, dove sono nato e vivo, il teatro è la cosa che più si avvicina ad una società pensante”. Iacopo Gardelli, vincitore under 30 di Lettera 22 2018

Sarebbe bello iniziare questa testimonianza confessando che fare il critico è sempre stata la mia passione o lo scopo della mia vita. Sarebbe bello ringraziare la giuria per questo premio, che va a coronare un percorso logico e impeccabile, partito dall’università e arrivato alla professione. Non è così. L’intera mia esperienza critica si è svolta ed è cresciuta sotto il segno del caso. È meno poetico, ma è vero. Se solo cinque anni fa qualcuno mi avesse detto che la maggior parte del mio tempo sarebbe stata dedicata al teatro, non ci avrei creduto.

Ho cominciato ad andare a teatro per caso, come studente fuori sede a Milano. Sperso nella grande città, mi riparavo nella penombra dei teatri, via dalla pazza folla, nella magnificenza delle sale dell’Elfo Puccini e dello Strehler, o fra le più domestiche mura del Teatro i. A Ravenna, dove sono nato e vivo, il teatro è la cosa che più si avvicina ad una società pensante: probabilmente mi ci sono avvicinato per disperazione più che per intima convinzione – ed è stato proprio grazie al teatro che ho fatto le amicizie più belle e profonde di questi ultimi anni.

Ho trovato così nel teatro quell’umanità, quello scambio intellettuale che ho cercato invano all’università. Quando ho cominciato a scrivere sui quotidiani locali, mi è sembrato naturale partire da ciò che mi interessava di più. Ho iniziato a recensire gli spettacoli della stagione ravennate, applicando alla riflessione qualche strumento critico e argomentativo appreso dalla filosofia.

La vittoria mi è caduta in testa come una tegola. Mentre scrivevo le mie recensioni su un bel terrazzino di Monteverde, ospite finalista a Short Theatre, non lo facevo per vincere. Per me era già un grande privilegio assistere gratuitamente a spettacoli internazionali che altrimenti non avrei mai avuto l’occasione di vedere. È stata perciò una gioia terribile ricevere il premio, che se da un lato mi riempie d’orgoglio, dall’altro cambia per sempre il mio rapporto con la scrittura critica. Questo premio inietta nella mia attività un senso di responsabilità che prima non avevo, o peggio non sentivo, lavorando con l’incosciente spensieratezza di chi tiene un piede dentro e l’altro fuori. È un premio rivolto al futuro – o almeno così lo sto vivendo io in questo momento: più che sancire una fase, ne apre un’altra.

Anche nello scombussolamento di questi giorni, tuttavia, c’è una cosa che continuo a pensare, un punto fermo in questa attività che mi accompagna, in modo più o meno cosciente, fin dalla prima recensione scritta. È una frase di Benjamin che mi ripeto ogni volta che devo scrivere un pezzo: “La critica è una questione morale”.

Spesso ci si chiede che tipo di effetto sortiscano le recensioni scritte, o addirittura se ne abbiano davvero uno. Ho l’impressione che la critica teatrale, così come il mondo del teatro tout court, soffra di quella che si potrebbe definire sindrome della riserva indiana. Quanto più lo spazio concreto per l’arte, per la sua fruizione e per la riflessione su di essa si restringe, tanto più quel fazzoletto di terra superstite acquisisce un’importanza abnorme, ingiustificata. La riserva diventa il centro delle nostre esistenze, un punto d’osservazione che distorce il mondo reale e, al limite, lo nega.

Ecco: quando scrivo ho sempre in mente la frase di Benjamin, che mi aiuta a tenere gli occhi puntati fuori dalla riserva. Criticare è una questione morale, e lo è proprio per quel mondo fuori dai nostri confini professionali più che per i nostri compagni indiani. Quello che facciamo qui dentro, sebbene in minoranza, sebbene spesso in modo auto-referenziale o auto-indulgente, serve a quelli “di là”.

Criticare la “riserva” serve a migliorare il mondo fuori. O se non proprio a migliorarlo, almeno a mostrargli i suoi difetti, a contraddire la sua violenza, a combattere la sua banalità. Perseguire una missione “morale” serve a non dimenticarci del significato del nostro lavoro.

Iacopo Gardelli

Latest from NEWS

Vai a Top