“Whites are complicated”. Bergman in Uganda di Markus Öhrn. Di Iacopo Gardelli

Siamo in una baraccopoli a Kampala, capitale dell’Uganda. Seguiamo i protagonisti di questo film sulle strade sterrate che costeggiano le case di lamiera. Entriamo in una baracca scura: dentro c’è già qualcuno, in attesa del film. Pochi minuti di preparazione e la proiezione prende il via: il cineforum di stasera propone Persona di Ingmar Bergman.

“L’intrattenimento costa. Poche famiglie ugandesi possono permettersi di comprare un lettore dvd”, ci spiegano all’inizio del documentario di Öhrn i due responsabili del cineforum. “La nostra sala è molto più economica. Chiunque può sedersi e seguire un film diverso ogni giorno”.

Ma non tutti sanno leggere i sottotitoli. C’è bisogno di una traduzione simultanea: compito del veejay. Così, mentre sullo schermo passano i primi fotogrammi della pellicola, uno dei due responsabili prende un microfono e comincia a commentare.

“Stiamo per iniziare Persona, di Ingmar Bergman. Questo è un film molto vecchio. Parla di sentirsi due nel corpo di uno. Il regista è svedese. Ecco le prime immagini: vediamo una vecchia stesa sul letto. È molto anziana. Nessuno di voi arriverà a quell’età: morirete prima di Aids.”

Già da queste battute iniziali si capisce che il veejay non è un semplice un traduttore. Non si limita a riportare i dialoghi del film, ma commenta, critica, contestualizza le immagini e le riporta alla realtà ugandese, strappa qualche risata al pubblico con battute e scherzi.

A metà fra affabulatore, griot e telecronista, il veejay mette in dialogo le due realtà e fa emergere le contraddizioni. De-costruisce il film del maestro svedese rilevandone le assurdità; allo stesso tempo stimola il pubblico a prendere coscienza delle contraddizioni africane. Qualche esempio sparso.

“Hanno ricoverato questa attrice perché non parla più. Io dico che non ha niente, non è una malattia. Sono complicati questi bianchi. Qua ti prendono a bastonate se vai all’ospedale senza avere niente. E anche se stai morendo devi aspettare in fila come tutti gli altri. Le cose non cambiano nemmeno se corrompi i medici”.

“Mi fanno arrabbiare i bianchi. Portano la finta malata nella casa delle vacanze. Vi rendete conto? I bianchi hanno le case delle vacanze! Ci vanno per abbronzarsi e diventare neri come noi. Molti di voi invece vorrebbero essere nati bianchi.”

“L’infermiera piange perché ha avuto un aborto. Non ha senso! A 50 anni molte donne in Uganda hanno già abortito 80 volte. La più giovane qui dentro ha già sicuramente avuto un aborto, non è vero?”

“Quando sei vecchio in Europa ti danno i soldi anche se non fai niente. Lo stato pensa a tutto. Da noi, quando diventi vecchio, ti dicono di trovarti un posto dove morire.”

L’opera di Öhrn potrebbe sembrare marginale, poco più di una curiosità per cinefili, ma in realtà coglie un momento cruciale per la comprensione di molti fenomeni contemporanei. Öhrn cattura in queste immagini un frammento del processo di emancipazione degli africani dal colonialismo culturale europeo.

Il veejay non critica mai la regìa di Bergman durante il suo commento: critica la società raccontata da Persona. Parlando marxianamente, il suo interesse si concentra sulla struttura economica alla base del film, e non sulla sovrastruttura estetica. Il suo ruolo è quello di registrare l’ingiusta distanza che separa i due mondi e insinuare nel pubblico africano l’idea che la sua condizione non è affatto naturale, che può essere cambiata.

Viceversa, a noi (al pubblico educato, rispettoso e liberal della Pelanda, agghindati di cuffie luminose davanti ai due schermi dell’eccezionale installazione di Öhrn) il veejay insinua un altro dubbio, più sottile ma non per questo meno doloroso. Il dubbio che forse diamo per scontate troppe cose; che non tutto quello che abbiamo lo meritiamo; che c’è un ragione precisa alla base delle migrazioni; che nulla è mai garantito per sempre.

Ci vuole un veejay ugandese per farci aprire gli occhi sul benessere che trasuda un film come Persona, elemento che oggi non ci soffermeremmo a valutare nemmeno per un secondo. Sì. Sono complicati i bianchi.

 

Visto l’8/9/2018 a Short Theater, Roma
Bergman in Uganda
di Markus Öhrn
produzione Markus Öhrn, Swedish Subterranean Movie Company
in collaborazione con Stadsschouwburg Amsterdam, Volksbühne am Rosa-Luxemburg-Platz (Berlin), Swedish Arts Grants Committee e Kunstenfestivaldesarts (Bruxelles)

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