Dalla periferia al paradiso. “Hope Hunt & The Ascension into Lazarus” di Oona Doherty. Di Iacopo Gardelli

Dal fondo della galleria compare una macchina, gli abbaglianti accesi verso il pubblico. Dall’autoradio proviene una base hip-hop. La macchina si ferma a pochi metri dalle prime persone, si apre la portiera. Scende un ragazzo con l’aria da duro, gira attorno alla vettura ed apre il portellone posteriore. Dal bagagliaio scivola fuori una figura androgina, a metà fra uomo e donna, e comincia a ballare. Il ragazzo la guarda fumando.

Potremmo essere in un qualsiasi parcheggio di periferia europeo. Anche se non li vediamo, percepiamo i palazzoni, il disagio, le storie difficili. Oona Doherty – è lei l’androgino – va incontro al pubblico, si mischia fra le persone, si bulleggia. La mimica di periferia è perfetta. Sono scene che abbiamo visto tutti: sfida gli astanti mantenendo il contatto visivo, li sfotte, alza i pugni in segno di vittoria. Fino a quando la portiera si richiude e la macchina parte. Lei urla, chiede all’autista di fermarsi, ma ormai è lontano. È da sola. “Dentro!” è l’unico urlo che lancia al pubblico.

In teatro la performance si fa più intima e sofferta. L’androgino ci racconta qualcosa della sua vita in un inglese mangiato dall’accento irlandese: uno zio tedesco che non c’è più, che la portava a vedere gli eventi culturali a Monaco di Baviera. Frammenti di frasi in tedesco e in francese strappano qualche risata. È l’archetipo dell’adolescente disagiato di periferia: imprecazioni, sfottò, esultanze esagerate per un gol al parchetto.

Poi il suo corpo viene preso da spasmi violenti. Suoni gutturali e inarticolati si trasformano in parole, in frammenti di frase. E ricomincia il flusso del movimento: violento, intenso, disperato. L’androgino cerca disperatamente qualcosa, ma non possiamo aiutarlo. La caccia è sua, deve vedersela da solo.

Cambiano le luci. In fondo al palco s’intravede una pila di immondizia: cartoni, sacchetti di cibo, manifesti strappati, un cerchione. Com’è finito lì? Cos’è successo? Dal suo corpo un urlo prende la forma di una parola ripetuta: “Home”.

Quindi inizia il percorso di redenzione. L’“ascensione”, appunto. E sebbene non ci sia alcun elemento religioso esplicito, sentiamo che questa risalita ha qualcosa di sacro e di raro. L’androgino si disfa dell’acrilico hip-hop e rimane vestito di bianco, la collanina d’oro al collo ancora ben visibile, steso al centro del palco. In sottofondo rumore di piatti rotti, urla e pianti accompagnano cori rinascimentali. Il movimento della Doherty si fa più controllato, più delicato quasi. La partitura dei gesti sembra calcolata al millimetro. Poi  indietreggia fino alle quinte e guarda in alto, mentre le luci si spengono.

Oona Doherty è capace di ipnotizzare il pubblico come solo pochi performer sanno fare. Questa performance trasuda verità, autenticità – non a caso, con questo spettacolo ideato nel 2014, l’artista di Belfast ha vinto molti premi, dal Fringe di Edimburgo a Grenoble, unendo i consensi di pubblico e critica.

Anche il pubblico romano dello Short Theater sembra aver apprezzato questo Hope Hunt & The Ascension into Lazarus: la sala applaude a lungo la performance, e la Doherty tra un inchino e l’altro, fa segno con le mani di non esagerare. Il percorso dalla sofferenza alla redenzione è compiuto.

 

Visto l’8/9/2018 a Short Theater, Roma
Hope Hunt & The Ascension into Lazarus
di e con Oona Doherty
direzione tecnica Sarah Gordon
guidatore e dj Luca Truffarelli
produzione Gabrielle Veyssiere
con il sostegno di Dance Resource Base, Art Council of Northern Ireland, The MAC Theater – Belfast, Cathedral Quarter Arts Festival, British Council, Prime Cuts Production
performance selezionata da Aerowaves 2017

Foto Claudia Pajewski

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