Da Laskaridis a Martini. Cosa resta di un festival. Di Angela Forti

Euripides Laskaridis, volto della 40° edizione di inTeatro Festival, torna in scena una seconda volta per mettere nuovamente a nudo le deformazioni proprie dell’umano, la necessità di apparire in forme improprie portatrici di verità. Relic, lo spettacolo che “inaugura” il tentativo sperimentale del suo autore, è una perversione del senso e del segno teatrale, un’esplosione semantica alla ricerca di ciò che può essere collegamento inter e ipertestuale. Il tentativo di comunicazione si articola secondo un “montaggio delle attrazioni” in cui il senso scaturisce dall’accostamento e la sovrapposizione di componenti inconciliabili. Un corpo sempre più deformato, indecifrabile, gioca con improbabili oggetti domestici (due spremiagrumi, prima di tutto) in una serie di azioni apparentemente completamente immotivate e senza direzionalità. Ciò che resta è un corpo attante disgregato e un palcoscenico in disordine, terreno fertile di infinite connessioni simboliche. La trasformazione umana nella spettacolarità, nell’apparenza, nel confronto con la società. La perversione che è norma ma non principio. Tutto in una dimensione in cui l’osmosi tra i linguaggi scenici è ai massimi livelli, in cui il performer gestisce un corpo in rapporto con una dimensione sonora e visiva dirompenti e protagoniste. “Rehersal” è la parola chiave per un autore nel pieno della ricerca per un linguaggio proprio e riconoscibile. Si ha una comunicazione diretta e impertinente non di un concetto, di un’idea compiuta, ma di un’umanità fatta di corpo, luce e suono, in cui genialità e più o meno piccole perversioni convivono. Dove il tutto è dato dalla connessione reciproca delle parti e il messaggio non è preconfezionato ma aperto alle circostanze; dove l’obbiettivo non è il contenuto di arrivo, comunque insistentemente presente, bensì l’esplorazione delle strade per arrivarci.

In generale, alla fine di un festival fatto di immagini forti e della materialità propria della danza e del teatro come performance, in cui è concesso il confronto con realtà artistiche spesso lontane e sconosciute, ci si chiede se la necessità sia ancora quella di coinvolgere intellettualmente lo spettatore chiamando in causa una straordinarietà e una comunicazione violentemente criptata e quasi inaccessibile (preponderante in spettacoli come Love Souvenir di Francesco Marilungo e To be banned from Rome di Annamaria Ajmone), proponendo argomenti complessi e difficili da affrontare (la medicina cinese in Shibari del CollettivO CineticO). Oppure se sia giunta l’ora di tornare a guardare dentro di noi, come suggeriscono gli specchi in Prisma di Alessandro Sciarroni. Se sia il momento di affrontare ciò che siamo nello sforzo titanico di farlo con semplicità e immediatezza, senza filtri, mettendo insieme i pezzi di un individuo-comunità confuso e disorientato. Se sia il caso di abbandonare un approccio violento e distaccato nei confronti di chi guarda per puntare su una comprensione, sulla condivisione di un luogo-tempo, di un’emozione che sia in comune e non veicolata, non imposta. È quello che cerca di fare Andrea Costanzo Martini che in meno di un quarto d’ora, con i due pezzi Occhio di bue e What happened in Torino, sa lasciare una riflessione sull’essere e sull’essere performer e riesce a farlo sfruttando la naturalità e la bellezza di un corpo nella sua nudità, sfruttando la potenza comica di un gesto e la sincerità di uno sguardo. Insomma, cercando un contatto. L’abbiamo visto spesso in questo festival, quel contatto al contempo tanto naturale e tanto raro, dalla potenza sempre sconvolgente. Sono tanti gli artisti che lavorano in questa direzione, al di là di una lingua, al di là di un’identità e un’appartenenza. Nel tentativo di creare un teatro che viva del proprio specifico, che si nutra di ciò che lo compone, che sia un luogo di culto e di riunione per una comunità che ha molte cose da dirsi. Sembra che sia giunta davvero l’ora di ristabilire un obiettivo primario, di scavare dentro e cercare radici nuove.

 

23 giugno 2018, Inteatro Festival di Polverigi
Relic
Euripides Laskaridis (Atene)
Regia, coreografia, performance, set design Euripides Laskaridis
Assistente alla regia Tatiana Bre
Assistente alla drammaturgia Alexandros Mistriotis
Costumi Angelos Mendis
Sound design Kostas Michopoulos – Nikolas Kollias
Consulenza musicale Kornelios Selamsis
Consulenza luci Eliza Alexandropoulou
Allestimento luci Miltos Athanasiou
Costruzioni speciali Marios Sergios Eliakis, Ioanna Plessa, Melina Terzakis
Produttori creativi James Konstantinidis, Natasa Kouvari
Co-produzione Athens & Epidaurous Festival e Osmosis Performing Arts Co.

23 giugno 2018, Inteatro Festival di Polverigi
What happened in Torino – Occhio di bue
Andrea Costanzo Martini
Coreografia, performance Andrea Costanzo Martini
Paesaggio musicale Andrea Costanzo Martini
Musica Arvo Part, Moondog, Andrea Costanzo Martini
Luci Yoav Barel

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