“To Be Banned From Rome”: l’atto creativo secondo Annamaria Ajmone. Intervista di Giulia Foschi

In uno spazio futuristico, Annamaria Ajmone, in bianco, un braccio enorme, danza insieme alle musiche di Alberto Ricca. È il momento di approfondire: alla performer e coreografa chiedo di parlarmi di questo spettacolo, della danza, del rapporto con gli spettatori.

 Annamaria, la prendo alla larga. Ho visto diversi spettacoli durante i giorni del festival, abbastanza complessi. Ti chiedo: quando immagini un’opera, ti poni il problema dell’accessibilità, della comprensione da parte del pubblico, o è un aspetto del quale l’artista non si deve preoccupare?
«Domanda difficile. Nel momento in cui crei qualcosa una parte di te desidera che il messaggio passi. Il modo in cui può arrivare è un tema aperto. Penso che ogni artista abbia la necessità di comunicare o condividere un contenuto, ma quanto questo debba essere leggibile non è la prima questione che affronto. Non esiste una lettura univoca, possono coesisterne diverse, ma se mi rendo conto che tanti aspetti non arrivano allora qualche domanda me la pongo. Io penso che con lo spettatore si stabilisca una relazione: lo sforzo è da entrambe le parti. Quello che mi interessa è coinvolgere il pubblico in una particolare dimensione».

Entriamo nel merito del tuo lavoro, To Be Banned From Rome. Mi spieghi il titolo?
«Prima di tutto ci tengo a dire che ho costruito questo lavoro insieme ad Alberto Ricca, che non ha solo composto le musiche, ma è coautore. Il titolo è la citazione storpiata di una frase della scrittrice sordo-cieca Helen Keller, riferita alle privazioni che ha subito nel suo percorso di studi. Ci piaceva il collegamento alla possibilità di non essere conformi a un modello unico prestabilito. Poi, nello specifico, l’oggetto che indaghiamo è l’underground dell’Internet: lo abbiamo scelto perché è un luogo dove s’incontrano molte persone diverse».

Perché quel braccione gigante?
«È una rappresentazione immaginifica della realtà. Nasce dall’idea di lavorare su un corpo modificato. Rendere il braccio gigante significa potenziarlo al massimo, è un potere favoloso che però allo stesso tempo mi limita molto nell’azione».

E le montagne di stracci colorati che raccogli, t’infili nel vestito e spargi a terra?
«La ragione è la stessa, con essi il mio corpo continua a modificarsi. C’è un’energia che entra ed esce. Io, se fossi uno spettatore, mi domanderei dove sono, in quale mondo».

C’è poi un lungo momento in cui esci di scena e rimane, protagonista, la musica.
«Con questa scelta ho voluto dare corpo alla mia idea di essere invisibile, un fantasma, e manifestare la possibilità che la danza esista non solo quando la vedi. In realtà, io non smetto di danzare. Abbiamo una pagina Facebook con i video di ogni data in cui ci sono io che, dietro le quinte, vado avanti, anche se il pubblico non può vedermi. In secondo luogo, nella struttura drammaturgica presentiamo la danza, poi la musica, e infine i due elementi insieme. Terzo, volevamo creare una rottura, un momento in cui ci si chiede che cosa sta succedendo. Riprendendo la domanda inziale, io penso che sia importante interrogarsi sul tipo di dialogo che si crea tra artisti e pubblico: personalmente io sono più contenta quando vedo uno spettacolo e ne esco con un’immagine che mi rimbomba un po’ in testa».

Ti sto chiedendo di spiegarmi ogni cosa: sbaglio io a pormi tutti questi perché?
«No, ha senso, è questo il dialogo di cui parlavo. Il teatro suscita domande, poi si può approfondire, se ne parla con altre persone, come quando vai al cinema e ci ti confronti sull’interpretazione di un passaggio. Ma non serve essere “preparati”: durante una delle mie prime lezioni all’Università, storia dell’arte, il professore Antonello Negri ci fece delle domande sul Napoleone del Canova. Molti iniziarono a commentare con riferimenti specifici, colti. Qualcuno disse semplicemente: è nudo. Il professore annuì e ci avvertì: studierete tanto, imparerete, ma quello che perderete è lo sguardo libero, la possibilità di osservare senza una visione precostituita. Lo ricorderò per sempre, col groppo alla gola».

 

InTeatro Polverigi, 24 giugno 2018
To Be Banned From Rome
Concept Annamaria Ajmone e Alberto Ricca
Coreografa e danza Annamaria Ajmone
Musica live Bienoise (Alberto Ricca)
Spazio e costumi Jules Goldsmith
Luci e direzione tecnica Giulia Pastore
Produzione Torinodanza festival, Cab 008, Club To Club Festival
In collaborazione con The Italian New Wave
Progetto realizzato nell’ambito di Residenze Coreografche Lavanderia a Vapore / Piemonte dal Vivo
Selezionato da Hangar Creatività – Progetto promosso dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte
Con il sostegno di Ministero dei Beni Artistici e Culturali e del Turismo, Regione Toscana
Si ringrazia Alberto Leoni – IUTER