“Leonce und Lena”: i promessi burattini del Teatro Medico Ipnotico. Di Alessio Foderi

La magia è tutta racchiusa in quel filo tangibile che lega la mano del burattinaio al suo personaggio. In quegli scatti velocissimi e sincronici che sfidano i millesimi di secondo senza essere visti. Così il Teatro Medico Ipnotico porta a “Scene di Paglia” l’adattamento con burattini di “Leonce und Lena”, l’opera di Georg Büchner, scritta nel 1836. Una scommessa riuscitissima che riesce a sintetizzare la visione del drammaturgo tedesco oltre il suo tempo e aggiunge a questo racconto fiabesco una componente di dinamismo e comicità, regalandoci la possibilità di ridere e riflettere allo stesso tempo.

“Per noia gli uomini si sposano e muoiono” avverte subito all’inizio della commedia Valerio, il valletto fuori dalle righe del principe Leonce. Nella schiettezza delle sue parole c’è però l’essenza del topos romantico di amore e morte. Ma se fuggire dal destino fosse per una volta la scelta giusta? Come in ogni favola che si rispetti ci sono un principe e una principessa. Due promessi sposi. Anzi due promessi burattini. I due però non si conoscono e Leonce non vuole sposare una perfetta sconosciuta. Così fugge con il suo valletto. Lo stesso fa Lena che scappa con la governante. Salvo poi incontrarsi per caso e “manifestarsi in loro il sentimento dell’amore”. Quell’uomo che per Lena aveva “la primavera nelle guance e l’inverno nel cuore” sarà proprio quello che le aveva riservato quel destino da cui voleva scappare.

Dove non arriva l’espressività del teatro di scena, c’è la potenzialità di quello di figura. Un teatro ‘faber’ che fa dell’artigianalità il suo perno e della miniaturizzazione dell’umano l’elemento di universalità del racconto. Il capocomico Patrizio dell’Argine è un maestro che dimostra sapienza nella composizione scenica ed estrema abilità nell’arte della manovra. I dettagli dei burattini svelano la minuzia dell’idea dietro la reinterpretazione dell’opera. Nonostante l’architettura complessa della baracca e la presenza di quattro burattinai, la coordinazione dello spettacolo è perfetta. Anche la sincronia vocale e l’azzeccata scelta musicale contribuiscono al realismo della vicenda, dove si alternano la policromia di piccole statue moventi e parlanti. Tanto che, se non ce lo dicesse Valerio – “che quelli non son che carta pesta” – li crederemmo anche viventi.

L’opera di culla romantica guarda già oltre e cerca la verità attraverso il simbolo, l’empatia attraverso la leggerezza e usa la chiave dell’ironia per indagare alcuni misteri esistenziali. Per questo ben si presta ai burattini. La scelta del Teatro Medico Ipnotico – che vuole curare con l’emozione – è lungimirante: tramite un linguaggio che nella sua tradizionalità va controcorrente, ecco la scintilla dell’innovazione. Le scenografie oniriche corrispondono all’ambientazione originale e mescolano la fantasia alla realtà, il sogno all’incubo unendo l’amore alla morte nel rispetto dei canoni romantici. La commedia originale in tre atti qui si fa in due tempi con un originalissimo uso delle pause.

“A occhi stanchi ogni luce è troppo violenta, a labbra stanche ogni parola è troppo pesante” dice il personaggio di Lena. Ma proprio nei giochi di luce e nei dialoghi si ritrova l’essenza universale dell’opera che grazie all’uso dei burattini catapulta il pubblico in uno spazio atemporale. Qui, la semplicità narrativa diviene occasione di riflessione, arricchimento e si fa carica emozionale. Perché sì, oltre i colori sfumati, le ombre, le musiche e oltre il legame burattino-burattinaio c’è un altro filo: quello invisibile che unisce pubblico e personaggio, lasciando nello spettatore la sagoma del sorriso e l’amaro del pensiero.

 

24 giugno 2018, Festival Scene di Paglia
Leonce und Lena
dall’opera di Georg Büchner
burattini, scene, costumi Patrizio Dall’Argine 
e Veronica Ambrosini
musiche Marco Amadei e Luca Marazzi
assistenti di baracca Thea Ambrosini e Virginia Ambrosini
Crediti fotografici Giorgio Meneghetti

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