Intervista a Michele Altamura, in prima nazionale alle Colline Torinesi con “Vieni su Marte”. Di Federica Guzzon

In prima nazionale al Festival delle Colline Torinesi Vieni su Marte è l’ultima produzione di VicoQuartoMazzini (Michele Altamura e Gabriele Paolocà). Nel 2012 il progetto Mars One proponeva di costruire una colonia per Marte e sono state 202.568 le iscrizioni da tutto il mondo. Lo spettacolo si interroga su questo e ricostruisce in modo grottesco e puntuale la nostra società in cerca continua di un altrove dove scappare o avere una nuova possibilità. Ne parliamo con Michele Altamura, dopo il debutto del 6 e 7 giugno alla Casa del Teatro di Torino.

Avete frequentato l’Accademia Nico Pepe e avete una preparazione di Commedia dell’Arte. Questa vi ha guidato per la costruzione dei personaggi, che per dialetto e postura ricordano maschere come Zanni e Pantalone?
Il lavoro che abbiamo fatto con Claudio Di Maglio in Commedia dell’Arte ti rimane addosso anche in maniera istintiva. Quindi nel momento in cui andiamo a costruire i personaggi viene fuori un codice, dettato da un gusto estetico e non a partire volutamente dalla Commedia. Il lavoro sulle lingue non si collega direttamente alla Commedia, i dialetti ci servono per raccontare l’umanità, un’universalità a partire dal particolare.

Viaggiare verso Marte significa lasciare affetti e valori. Con questo spettacolo volete affrontare i valori del nostro presente.

Abbiamo cercato di immaginare, a partire da situazioni grottesche, al perché un maestro potrebbe avere una supplenza su Marte o una donna anziana voglia realizzare il desiderio di suo marito e partire. Volevamo scavare l’umanità delle motivazioni, tutte personali, che ci possono portare verso questo altrove. Nel nostro spettacolo lo chiamiamo Marte, ma è chiaramente una grande metafora di un “altrove” che cerchiamo tutti, sia chi intraprende un viaggio sia chi lo sogna, lo auspica. Un luogo dove le proprie ambizioni possano trovare spazio, con uno scarto rispetto alle frustrazioni legate a esse.
Cerchiamo di dare uno sguardo sul contemporaneo, senza entrare nella critica del sociale, nelle motivazioni reali. Lavoriamo sull’assurdo che crea dei punti di contatto con la realtà, lasciando allo spettatore il compito di trovarli.

Il marziano dall’altra parte non ha dei punti di riferimento affettivi e scopre che gli manca qualcosa, senza che ne fosse consapevole. C’è chi cerca l’altrove e chi invece ne fa parte ma non è consapevole di cosa rappresenti.
Esatto. Quelle sedute psicanalitiche del marziano sono nate da una riflessione che è venuta man mano. Sognare quell’altrove e capire chi lo sogna è una prerogativa tipica dell’essere umano. Se lo sogni tu capisci che lo può sognare anche qualcun altro diverso da te. Se non lo sogni e se non lo capisci negli altri sei un marziano. Con tutte le accezioni che il termini ha con sé: sei fuori dalla realtà, non riesci a leggere il quadro in cui vivi.

Quanto avete lavorato sul progetto compresa la ricerca e le prove?
È circa un anno e mezzo che ci pensiamo. Abbiamo iniziato a studiare, cercare, riflettere. Siamo stati fortunati perché ci sono persone che capiscono il nostro lavoro e lo sostengono, tra le varie residenze e l’allestimento siamo riusciti a fare quasi una cinquantina di prove, in sala. Che nel meccanismo produttivo italiano sono una fortuna che spesso non si ha.
Questo per noi è stato molto importante perché è un lavoro dettagliato, preciso, che richiede quella pulizia che non si costruisce da un giorno all’altro.

Questi incontri con il pubblico nelle varie residenze hanno fatto sì che Vieni su Marte prendesse degli sviluppi differenti?
Tutti i punti di vista che abbiamo incrociato in questi mesi ci sono serviti per asciugare alcuni materiali, piuttosto che dettagliare meglio alcune scelte estetiche, cercando di creare una coerenza interna. Molto spesso quando uno spettacolo viene provato senza delle tappe intermedie, con il debutto capisci alcune cose. Invece in questo caso abbiamo avuto l’opportunità e la fortuna di poter aprire il lavoro anche in fase incompleta, presentando al pubblico alcuni momenti o un’arcata che non era ancora conclusa dal punto di vista scenico.  Tutto questo ci ha aiutato e il lavoro si è condensato nelle repliche di Torino.

Quali sono i vostri modelli e l’approccio attoriale?
Cerchiamo all’interno dei nostri lavori sempre un’ironia, chiaramente raffinata. Un nostro riferimento è Roy Andersson. Soprattutto sulla costruzione dei personaggi è stato centrale. Poi anche tanto teatro che vediamo, che andiamo a cercare. Ci capita spesso di fare dei viaggi in Europa, per andare a vedere cosa accade da altre parti. Ci sono elementi di interesse che sentiamo affini alla tradizione europea, che abbiamo cercato di sviluppare di più in Vieni su Marte.

A tal proposito, che effetto fa partecipare a Roma Europa Festival?
Sicuramente una grande opportunità e un motivo di grande orgoglio. Avere la loro attenzione e nello specifico di Fabrizio Grifasi e Maura Teofili, che è la curatrice della sezione di RomaEuropa dove siamo inseriti che è Anni Luce. È il coronamento di un percorso di attenzione da parte degli operatori e di relazioni umani che auspichiamo sempre. Lavorare nel teatro molto spesso genera questi rapporti umani che dopo crescono e vanno avanti. Come a Torino e in molti altri posti dove siamo stati e questo è molto bello.

Fate citare al personaggio dell’attore Thomas Bernhard: chi è per voi?
Siamo dei grandi fan del suo teatro. Soprattutto nell’ultimo periodo, poco rappresentato, che secondo noi ha portato, dal punto di vista non solo letterario, ma drammaturgico, degli squarci di analisi rispetto all’umanità. C’è il nostro sogno: fare Thomas Bernard e tramite quell’attore portarlo su Marte. Un altrove dove Thomas Bernard può essere capito, apprezzato.
Nello spettacolo si cita Minetti, un’opera che per il teatro è uno dei più grandi testi di tutti i tempi. In assoluto.