Intervista a Marco Lorenzi al Festival delle Colline Torinesi con “Platonov”. Di Federica Guzzon

In occasione della partecipazione alla prova generale di Platonov abbiamo avuto modo di parlare con il regista della compagnia Il Mulino di Amleto, Marco Lorenzi. Lo spettacolo, presentato il 7 e 8 giugno alle Fonderie Limone per il Festival delle Colline Torinesi è una prima nazionale che vede la luce dopo più di un anno di lavoro. Una riscrittura contemporanea di una delle prime opere di Anton Cechov, in cui sono già rintracciabili i temi cari all’autore, esaltati e attualizzati nell’adattamento della compagnia. 

Il tema di quest’anno di Colline Torinesi è Fluctus, Platonov parla sì di partire, ma in realtà i personaggi sono inchiodati nella staticità.
Eh sì è totalmente il contrario, è un’aspirazione al movimento, al cambiamento. Il desiderio, come dice il testo “la vita: perché non viviamo come avremmo potuto”, l’amara verità è che restiamo fermi. Vivere come potremmo richiede tantissima fatica, una grandissima gioia o un grandissimo altruismo. Comunque uno sforzo eccezionale che non riusciamo a fare. Per questo motivo si rimane impantanati nella staticità, nell’immobilità.

Avete ripreso questo testo oggi perché rappresenta la nostra società?
Al di là di “Platonov”, visto che questo elemento è la costante di Cechov, è il motivo per cui oggi Cechov è così tanto messo in scena, riutilizzato e portato in teatro. Perché questa sua costante è vicinissima alla sensibilità post novecentesca che comunque vive di questa coscienza.

Nonostante viviamo in questa finzione di continuo movimento.
Ma è una finzione, lo hai detto tu.

La difficoltà di rappresentare Cechov sta nel capire il suo umorismo. Voi riuscite a farlo. Qual è stata la chiave?
Non partire dall’umorismo, fidarsi totalmente. Non andarlo a cercare. Nonostante l’operazione di riscrittura e adattamento, invenzioni sceniche vorticose, tutto deve essere funzionale a una delle richieste fondamentali dell’autore: essere sincero. Prendere queste parole e cercare di buttarsi dentro e dare il massimo perché se lo fai lui ti dà tantissimo. Riscopri anche una comicità intrinseca. Perché non è il comico come lo intendiamo. È semplicemente che la tragedia non fa parte della nostra quotidianità, gli eroi stanno da un’altra parte. Nella nostra vita viviamo questa frustrazione, questa irrealizzabilità. La nostra vita è un incidente comico. Cechov riesce a fare una fotografia fedele della scansione dei nostri sentimenti, dei nostri conflitti umani, delle nostre contraddizioni e della difficoltà di stare con l’altro e di amarci con l’altro. Inevitabilmente diventa un modo per sorridere delle nostre fragilità. Ma non lo devi cercare, perché arriva da solo.

C’è un forte utilizzo dell’acqua nell’adattamento. Questa scelta è arrivata dopo oppure è stato un punto di partenza?
È l’unica cosa che sapevo prima dell’inizio delle prove. Durante le prove noi partiamo totalmente da zero, è tutto costruzione empirica, riflessione, stimolo con gli attori.
Nel testo soprattutto i personaggi femminili, ma tutti i personaggi, piangono a turno. Questi oceani di lacrime sono nel testo. Noi iniziamo infatti con il taglio della cipolla, questo fake di un pianto teatrale. Poi c’è la vodka che bevono a fiumi, questa pioggia reale che c’è tra III e IV atto che arriva a pulire tutti gli errori che sono stati commessi. Questo mi ha fatto dire “dobbiamo cercare di lavorare con questo elemento. Partire dal minuscolo, da queste bottiglie che arrivano, fino ad arrivare a quel finale”.

Osip, il ladro di cavalli, si occupa degli intermezzi e sembra il buffone della Commedia dell’Arte. Come hai costruito questo personaggio?
Io sentivo che la ricchezza di questo personaggio, che nell’originale è molto più ridimensionato, poteva essere quella di rappresentare uno sguardo esterno. Non solo dentro ma anche fuori. Una specie di commento, ma anche di link con il pubblico. Questo ha fatto sì che lui abbia sviluppato tutto un percorso con la funzione di collante.

Ci sono quasi delle note, degli a parte rivolti al pubblico. Ricerchi un canone del teatro contemporaneo o è una caratteristica di questo spettacolo?
È una cifra linguistica che abbiamo da un paio d’anni a questa parte, un approfondimento della ricerca in questa direzione perché non esiste teatro senza pubblico. La quarta parete è una fandonia e se fai Cechov, secondo me, non devi cadere alla tentazioni di usarla, anzi cercare di sfondarla il più possibile. E al di là di Cechov questo è un nostro modo di fare.
Questo è un tentativo di lasciare una domanda nel pubblico, per non continuare a far finta di niente. Il teatro è in primo luogo un dialogo con te che mi stai guardando.

 

Platonov. Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove
Da Anton Cechov, riscrittura di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo
Regia di Marco Lorenzi
Con Michele Sinisi, Stefano Braschi, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Rebecca Rossetti, Angelo Maria Tronca
Style e visual concept Eleonora Diana
Disegno luci Giorgio Tedesco
Costumi Monica DI Pasqua

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