Fari puntati su Andrea Costanzo Martini: è il palcoscenico luogo di beatitudine o stanza della tortura? Di Alessandra Pace

Il corpo umano si deteriora, questo è un dato di fatto. Ma prima che il tempo inizi il suo lento inesorabile logorio c’è chi sceglie di sacrificarlo per una giusta causa, per qualcosa che sublimi la sua esistenza. C’è chi per professione fa del proprio corpo lo scopo, il mezzo, il prezzo da pagare.

Di questa e di altre riflessioni sono oggetto le due performance in scena a Inteatro Festival di Andrea Costanzo Martini, rispettivamente di undici e tredici minuti. Brevi ma intense, quasi a sottolineare che la vita dell’artista si risolve tutta lì, in quel poco tempo che passa su un palcoscenico. Ore giorni mesi di prove e poi è tutto lì, già finito.

Un sacrificio senza eguali per chi lo fa; uno svago il più delle volte per chi lo guarda. Lo spettatore va a teatro per uscire da se stesso e sentirsi sollevato dal suo ego ingombrante che vaga sulla terra, e il performer andando in scena si riempie di senso, di motivazione, si fa carico di tutte le responsabilità proprie e altrui. Qual è l’ago della bilancia sembra chiedersi What Happened in Torino, quale la candela per cui vale la pena giocare. Comunicare forse? Esprimere se stessi per cercare una connessione con gli altri. Intento encomiabile per la sua generosità. Ma allora perché andare in scena? Si potrebbe raggiungere lo stesso obiettivo in mille altri modi. E perché proprio quel corpo, perché lui sì e quelli seduti in platea no? Se lo si chiedesse agli spettatori di qualunque teatro risponderebbero che loro non ne sarebbero capaci, scrollerebbero la testa e aggiungerebbero che no, loro non potrebbero mai sopportare di essere guardati da così tante persone. Ecco il punto: andare in scena necessita di una certa dose di egocentrismo e una altrettanto consistente di masochismo. Esporsi su un palcoscenico significa essere vulnerabili, farsi carne da macello, prelibatezza per un pubblico che farebbe presto ad additare il colpevole nel caso in cui venisse deluso. E allo stesso tempo si tratta di avere il coltello dalla parte del manico e tutti gli occhi puntati addosso, quanto potere! E quanta solitudine, in quell’occhio di bue che nel finale si fa presenza inquietante. Il performer non può farne a meno per esistere sulla scena, ma quando è troppo è troppo, “che mi si lasci in pace adesso, spegnete le luci e smettetela di guardarmi!” sembra dire Martini agli spettatori con la sua straordinaria mimica facciale.

Lo stesso uso della luce dà il nome alla seconda performance, Occhio di bue, che affronta in maniera ironica lo sdoppiamento che il performer subisce quando si trova nella condizione di essere unico artefice di un’opera. Ideatore, coreografo ed esecutore vengono tutti portati in scena attraverso uno schermo che triplica la figura di Andrea Costanzo Martini. C’è lui in video, che manovra un pupazzo con le sue sembianze, il cui movimento si riverbera su quello dell’originale in scena. Un gioco di potere che collocandosi dentro una sola persona, costringe la stessa a mettersi in discussione creando un dialogo tra i diversi ruoli che si trova a ricoprire. Non c’è una mente che pensa e un braccio che esegue, ma una mente e un corpo entrambi pensanti, costretti a trovare un accordo tra l’azione istintiva e il lucido ragionamento.

Andrea Costanzo Martini porta in scena due rari casi in cui la danza diventa profonda riflessione sul ruolo del performer, e in cui il ruolo del performer non rimane mera figura che danza. Troppo spesso si assiste a straordinarie figure che fluttuano in scena e sono belle da guardare. E mentre loro fluttuano incuranti dello spettatore, lo spettatore nel buio della sua poltrona va a sbirciare il programma di sala per capire se è lui che non capisce, o se non c’è niente da capire. In altri rari casi come questo invece la bellezza e la forma sono un mezzo (miracolo!), per guardare lo spettatore negli occhi e raccontargli la vita al di là della barricata. Raccontare il coraggio, l’egocentrismo, la caparbia, il masochismo e la straordinaria schizofrenia del performer.

 

24 giugno 2018, Inteatro festival
What happened in Torino e Occhio di bue
coreografia, performance Andrea Costanzo Martini / paesaggio musicale Andrea Costanzo Martini / musica Arvo Part, Moondog, Andrea Costanzo Martini / luci Yoav Barel

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