RELIC, RELIQUIA DAL PASSATO. SEPPELLITELO CON CURA O CONTROLLATE SOTTO IL LETTO. Di Alessandra Pace

Buio in sala. Luce, un rumore, una scarpa col tacco. Buio.

Luce, un rumore una scarpa col tacco che preme qualcosa, buio.

Si ripete più volte la sequenza, il tempo di mettere tutto bene a fuoco. La scarpa col tacco che preme su uno spremiagrumi elettrico provocando un ronzio e attivando una luce appartiene a una figura non di donna né di uomo né di questo mondo. Ha tutti i muscoli del corpo rigonfi più di un body builder, polpacci glutei quadricipiti. Un seno prosperoso la fa somigliare a una donna. Le due protuberanze in testa fanno pensare a una Minnie 2.0. Ma sono tutte visioni liberamente interpretabili. Perché a questo sembra di assistere, una visione, un déjà vu che in un attimo era affiorato alla memoria e lo si era precisamente ricordato e collocato nel tempo giusto, definito. E un attimo dopo scompare, e lascia sconcerto e incredulità negli occhi di chi l’ha visto e non ha saputo trattenerlo.

La sensazione mentre si assiste a Relic di Euripides Laskaridis, performer e regista greco, è quella di avere sulla scena un concentrato dei peggiori incubi umani più comuni. La fatica nel movimento di un corpo pesante e goffo chiuso in uno spazio claustrofobico pieno di oggetti riconoscibili ma utilizzati in modo discorde alla loro funzione originale. È il caso di una testa di statua su cui questa figura procace e imbottita si siede prendendo in mano una spugna da cui cola dell’acqua. Immaginate, una persona accovacciata con l’abito sollevato fino al ventre e il rumore di un filo d’acqua che scorre. Ecco, fatevi una risata. Perché si ride delle cose più banali in questo spettacolo, si ride del rumore che fa la pipì. E non mi venite a raccontare che nei bagni pubblici nessuno ha mai provato imbarazzo.

Quella stessa testa di statua prima wc, in un attimo cambia funzione e diventa testa viva di amante, quando il performer gli si stende accanto per guardare insieme un film allo schermo di un computer. Tutte le immagine create in scena trovano un senso meno spettacolare e più ordinario di quanto appaiano a una occhiata frettolosa. Le prime cose che colpiscono nei lavori della Osmosis Performing Arts Co, compagnia fondata dallo stesso Laskaridis nel 2009, sono le trovate registiche visionarie, l’uso delle luci delirante e i suoni che sfiorano lo stridore e il fastidio e che senza dubbio si rendono coprotagonisti delle performance. Tutti elementi che all’occhio dello spettatore fanno lo stesso effetto che una pernacchia sulla pancia fa a un neonato. Ma a guardare bene si scopre che quei gesti portati in scena in forma distorta, scartati dalla patina di splendore scenografico, contengono il repertorio delle quotidiane assurdità umane. E che si esprimono senza l’utilizzo di una lingua codificata, ma per mezzo di versi e ghigni più eloquenti di qualsiasi parola compiuta.

Così Relic diverte, sbeffeggia, gioca a fare la femme fatale francese che trascina l’occhio sciocco dello spettatore verso la preda e lascia affamato il desiderio,e poi si fa lupo famelico e ringhia, e ulula la licantropa donna al microfono di un cabaret. Se avete l’impressione che sia uno scherzo vi sbagliate, l’impressione è di avere le allucinazioni e il mal di mare insieme.

Una performance aliena e fuori da ogni logica di cui noi comuni mortali possiamo mai avere fatto esperienza nella vita reale. Un’opera d’arte che scuote le fondamenta dell’immaginazione e scava dentro le paure più recondite che appartengono a tutti gli uomini e che nessun uomo vorrebbe mai guardare in faccia. Da questa voragine viene fuori la creatura mostruosa e deforme che non è donna né uomo né di questo mondo, eppure si comporta esattamente come noi. Viene da sospettare che non sia lei a saperci imitare bene, ma noi che siamo più mostruosi di quanto avessimo pensato.

 

23 giugno 2018, Teatro della Luna, Polverigi, Inteatro Festival
Relic
Regia, coreografia, performance, set design Euripides Laskaridis
Co-produzione Athens & Epidaurous Festival e Osmosis Performing Arts Co.

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