INTERVISTA S-RADICATA. IL TEATRO SECONDO MARCO MARTINELLI. Di Alessio Foderi

I miei occhi nei tuoi occhi”, scrive Martinelli nel suo “Farsi luogo”. Le sue parole fra le mie parole, verrebbe da dire a me mentre parliamo. A Piove di Sacco, fra i casoni e le acque, c’è spazio e tempo per radicarsi e s-radicarsi, per riflettere sul teatro di oggi e domani. Ospite della decima edizione di “Scene di Paglia” – che affronta proprio questa tematica – il regista e drammaturgo decide accettare la sfida di un’intervista non convenzionale. Perché sì, quegli stessi suoni, che si fanno voce, poi parola, escono dalla bocca dell’attore, attraversano l’aria, irrompono nel palcoscenico, s’insinuano fra gli spettatori, fino a seminare idee e diventar pensiero… ecco, quelle stesse parole possono radicarsi in rete, diventare hashtag viventi, storie di legami che si aggirano in ambienti astratti e immateriali…

Ma le #PAROLE possono essere radici?
Assolutamente. Ermanna, mia moglie, ha cominciato a parlare italiano a sei anni. Lei ha portato al nostro progetto in dote questa lingua romagnola arcaica, mentre io ho portato l’italiano di Dante della televisione. Ma ho sempre sentito la mancanza di un mio linguaggio, per questo con gli attori con cui ho lavorato ho cercato ogni volta di rapinare i dialetti e le loro lingue. Basti pensare che gli armeni che amano la loro lingua la chiamano “la tutta splendida”. Questa definizione, secondo me, vale per ogni idioma e dialetto di questo pianeta. Poi la parola non è solo significato, ma è sempre suono, materia fonica, radice appunto.

E quali le #RADICI nella sua vita e nel suo teatro?
Le radici per me sono una presenza-assenza. Parliamo di radici perché siamo sradicati. Ma questo desiderio continua comunque ad attraversarci. Ho cominciato a far teatro quarant’anni fa insieme a Ermanna. Da allora, radici e sradicamento sono una chiave di lettura costante del nostro lavoro e della nostra poetica, di come pensiamo il teatro e la nostra vita. Ma questi termini giocano diversamente con noi: Ermanna ha una biografia molto radicata nella campagna romagnola, io invece ero un figlioletto sradicato della città. E forse è stato proprio per questo che all’interno della compagnia ho introdotto il tema delle radici… Per me radice significa anche comunità, un ritrovarmi insieme agli altri per creare questo strano e presente rituale che è il teatro nella società. 

Ma oggi c’è ancora spazio per l’#INDIVIDUO e la sua creatività?
Sì. Quando ho iniziato tutti mi dicevano che il teatro era morto. Una bugia. C’è ancora necessità invece…forse non per le grandi masse. È un’arte che lavora nel piccolo e nella nicchia. In questi ambienti può però fondare radici e preparare delle frecce avvelante che come un piccolo Davide può lanciare ai Golia della comunicazione.

Tutto comincia con un’#ALBA…
Esatto, abbiamo scelto il nome di “Teatro delle Albe” quando ci siamo formati nel 1983, alla fine di un secolo segnato della decadenza dell’Occidente. Noi sentivamo invece che stavamo invece andando verso un nuovo inizio, in un’altra direzione. Il declino di un impero fa sempre nascere qualcos’altro. Fin dai primi anni ci siamo legati a degli attori senegalesi, formando una compagnia meticcia che chiamavamo “afro-romagnola”. Avvertivamo la necessità di cambiare sul solco dell’imprevisto e non di quello che la gente già si aspetta, sennò non è un’alba…

Dalle radici a #RAMI: quanto è importante essere ambiziosi nel 2018?
Sai… L’ambizione è semplicemente il fatto di voler stare ancora in questo mondo. L’obiettivo è quello di vivere nella bellezza anche in un presente attraversato da orrori e brutture. Invece, sentirsi addosso questa missione dionisiaca, ovvero quella di creare di ogni giorno e di ogni opera un qualcosa che sia bellezza e verità. Dante avrebbe detto “amore e conoscenza”. La sua sfida di sette secoli fa è ancora la nostra. È attuale. Poi certo cambiano le tecnologie, cambiano le società, ma certe costanti antropologiche dell’uomo restano le stesse. Il desiderio di volare che aveva Aristofane ce l’abbiamo ancora oggi…

Tutto questo però non avverrebbe senza un #LUOGO…
Verissimo. Nel mio “Farsi Luogo” racconto proprio in 101 movimenti di quella che è stata la mia via al teatro. Sia dal punto di vista delle opere che dalla prospettiva della città. Per le Albe non è sufficiente creare dei lavori bellissimi, ma bisogna anche pensare che la città stessa possa essere un’opera. Creare le relazioni all’interno della “polis”, ovvero farsi luogo nell’epoca dei non luoghi. E quindi avere un teatro, un capannone, una chiesa sconsacrata…Non importa cosa, ma un luogo dove un manipolo di persone si radica per creare bellezza e parlare a tutti gli altri luoghi mondo. Questo credo che abbia un senso, anche politico, in una fase storica di smarrimento di perdita di linguaggio e valori…

Siamo quindi al #TRAMONTO del teatro?
Assolutamente no. Il teatro non è al tramonto. È immortale, in quanto bisogno connaturato all’umanità. Forse scomparirà con l’umanità, ma finché esiste un essere che ha bisogno di bellezza e ribellione, ha bisogno di capire il mistero in cui è immersa la sua vita, continuerà ad esistere. Il teatro, all’orizzonte, sarà il nostro compagno di veglia.

… E poi, sul finir della sera, Martinelli legge la sua opera davanti agli spettatori. Alle sue spalle una boscaglia, di fianco il Casone Ramei. Ogni albero che osservo, mentre le #parole del drammaturgo che si fa attore svolazzano nell’aria, ha le sue #radici e i suoi #rami. Ogni albero è come ogni #individuo che nasce e sogna. È come un attore che all’#alba della sua carriera teme già il #tramonto. L’attore però – come l’essere umano – può muoversi in qualsiasi #luogo. Sette, il numero delle parole chiave che ho scelto. Sette, il numero del movimento in cui Martinelli prima scrive e poi recita: “ancòra e àncora in italiano sono la stessa parola: slitta solo l’accento. L’avverbio che definisce la durata e la permanenza nel tempo, il sostantivo che definisce l’oggetto che tiene ben salda in porto la nave”.

 

Scene di Paglia, il festival dei casoni e delle acque 2018
DIECI ANNI DI S-RADICAMENTI
Ospita Marco Martinelli
Teatro delle Albe
Farsi Luogo
Fotografia di Giorgio Meneghetti

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