Damnoosh: saper tornare comunità. Di Angela Forti

È l’ora del tramonto quando Sina Saberi compare sul palco allestito nel parco della villa. Porta con sé un vassoio con piccole ciotole colorate, una teiera in alluminio, dei bicchieri. Ci guarda, ci studia. E il cerchio si stringe: non aspettavamo altro, che ci invitasse a stargli vicino. Sempre più vicino. Ci spiega che quella che stiamo per fare è una vera e propria cerimonia, racchiusa in un momento di quotidiana convivialità. Lui si aggira tra di noi, è ammiccante, divertente; è dolce nel gesto con cui avvicina ogni ciotola e ci chiede di riconoscere gli ingredienti dal loro profumo. Sette tra piante e frutti formano il Damnoosh, infuso iraniano che si usa preparare e offrire nel deserto. Coriandolo, camomilla, zafferano, rose, calendula, fiori d’arancio, mele cotogne essiccate. Sette ingredienti con sette storie diverse. Storie che Saberi ci racconta, una per una, affettuosamente. Ridiamo con lui, osserviamo con attenzione i piccoli gesti, misurati ed enfatici, con cui compone la bevanda. A ricetta ultimata i fiori sul fondo della teiera devono danzare per poter dare vita al Damnoosh: ondeggiamo a tempo imprecisabile perché il miracolo avvenga; in quel momento siamo sicuri di non desiderare altro. Sina cerca di attirare tutti – anche i più riluttanti, quelli rimasti in platea –  nel rito che, inconsapevolmente, stiamo compiendo, che è il rito più vecchio del mondo: quello di stare insieme, di ascoltarsi, di saper condividere.

Sette bicchieri. Troppo pochi per tutte le persone che, sempre più strette, compongono la temporanea comunità. “We could share it”, si sente suggerire timidamente. Tutti beviamo dallo stesso bicchiere, sentiamo il sapore dei singoli ingredienti. Ogni sorso ha qualcosa di magico, caldo, purificante. Il nostro ospite continua a raccontare, della Persia, dell’Iran, di una sua nonna, di una danza. Inizia a danzare e lo fa per noi, solo per noi. E noi accogliamo il dono in tutta la sua tenerezza. Il suo corpo segue l’immaginazione di un passato smarrito, di un racconto lontano fatto da chi non c’è più.  Dobbiamo avere la forza di immaginare, ci dice, dobbiamo trovare dentro di noi la verità di quello che ancora non esiste, o che non esiste più, e dargli la vita.

Qui, in cerchio, rinnoviamo un contratto di umanità che sempre più rischiamo di trascurare; il piacere di lasciarci raccontare una storia, poterci permettere, per un momento, di credere a tutto. Di fingere che quando a qualcosa crediamo veramente, allora probabilmente quella cosa esiste: ed è così che nascono i passi di danza con cui il ballerino si muove tra di noi, tra i nostri sguardi sognanti, con cui fa volteggiare gli abiti orientali. La musica lentamente si esaurisce, i passi di danza continuano, erranti, sempre più insicuri.  Sina Saberi non riesce più a ricordare. Torna a terra, tutti torniamo a terra, con i piedi per terra. I bicchieri di tè ancora viaggiano tra di noi: non si rifiuta mai l’ennesimo sorso. Il sogno sembra interrompersi. “Thank you”.

Ce ne andiamo felici, con in bocca il sapore speziato e insieme esile del Damnoosh; ce ne andiamo soddisfatti, scaldati dal tepore tipico di un bell’incontro, di un momento semplice e pieno d’amore, forse davvero troppo breve.

 

23 giugno 2018, Inteatro Festival di Polverigi
Damnoosh
Sina Saberi (Tehran)
coreografia e interpretazione Sina Saberi
musica Mohammadreza Shajarian
costume Reza Nadimi
disegno luci Ali Kouzehgar
produzione MaHa Collective, Iran e Maqamat Dance Theatre, Libano
progetto presentato nell’ambito di Focus Young Mediterranean and Middle East Choreographers 2018 e di La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e del Ministère de la Culture et de la Communication

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