UNO DI NOI, L’identità collettiva di Gary Stevens. Recensione di Alessandra Pace

Inteatro Festival taglia il nastro del suo quarantesimo anniversario e prende il via con la performance ideata da Gary Stevens, artista britannico multiforme, sceneggiatore, film maker e regista. Uno di noi si colloca all’interno del cortile di Villa Nappi, all’ora in cui il sole rende possibile l’assenza di luci artificiali, e dispone gli spettatori in forma circolare, mescolandoli a loro insaputa ai performer. Il pubblico si accomoda e aspetta che qualcosa succeda, che qualcuno inizi. Ma chi? Il punto è proprio questo, nessuno vuole iniziare, alzarsi e raggiungere il centro del cerchio. Tutti si guardano, si indicano, si incitano l’un l’altro a prendersi la responsabilità di cominciare. Ma nessuno di loro esiste come individuo in questa performance e nessuno vuole affrontare la paura dell’isolamento e del palcoscenico.

Il lavoro di Stevens su questo progetto nasce in Francia due anni fa, da uno studio preliminare sulle dinamiche di un gruppo di persone che si muovono e si relazionano come all’interno di uno stormo di uccelli. La struttura si definisce a partire dall’individualità costretta a coesistere in un solo corpo comunitario, ed è così che il regista costruisce lo scheletro della performance lasciando ai performer il compito di abitarlo e dargli vita. Questa struttura solida ha reso possibile il riallestimento polverigiano attraverso un laboratorio che ha preceduto la prima nazionale di Uno di noi, coinvolgendo i tredici giovani italiani Francesco Benanti Vitale, Elena Biagini, Valentina Bonci, Chiara Buzzone, Marco Celli, Leonardo Delfanti, Saverio Fabbri, Fonte Fantasia, Giulia Francia, Paola Foresi, Eleonora Greco, Dalila Reas e Lorenzo Vanini.

» una comunità passiva quella che portano in scena, in cui ciascun elemento agisce di riflesso all’agire altrui. Il dialogo che si crea è un continuo ripetersi di parole sentite pronunciare da qualcun altro, voci che si accavallano, un’eco di pensieri generati da un effetto domino in cui risulta impossibile riconoscere il tassello che per primo ha provocato la caduta. E ogni tassello, se pur generato dal precedente e sopraffatto dal successivo, contribuisce alla totalità. L’ambiguità di fondo è infatti tenuta in vita dalla volontà di ciascun individuo di isolarsi e raccontare la propria storia personale, e dalla paura che questo isolamento comporta, dal momento che raccontarsi significa esporsi e staccarsi dal conforto rassicurante della collettività. è una sorta di mosaico mi spiega Stevens, “costruito con i frammenti delle vite di diverse persone. Ed è come se da un minuscolo frammento si riuscisse a intravedere e immaginare quella vita per intero, come fa l’archeologo”.

A ogni accenno di storia corrisponde un’interruzione, per ogni fine lasciata in sospeso un nuovo inizio, cosÏ che ogni individualità possa penetrarne un’altra e perpetuare il flusso di vita che intercorre tra i performer. In questa dinamica potenzialmente ripetibile ben oltre la durata effettiva della performance, Stevens non manca di divertire i suoi spettatori. Pur non essendo dichiarata nÈ volutamente ricercata, la comicità attraversa l’intero lavoro e riesce a far entrare in empatia il pubblico con i performer nonostante la matrice concettuale su cui Ë intessuta l’idea della performance e che per sua natura produrrebbe una distanza.

Stevens dà vita a un organismo in cui ogni elemento è necessario all’esistenza dell’altro, l’attore all’altro attore, e lo spettatore all’attore. Un organismo in cui tutti sono chiamati in causa, e che non contempli nessun individualismo prevaricante, ma un’intelligenza condivisa con quella generosità che all’uomo assicura la sopravvivenza.

Uno di noi
di Gary Stevens
Produzione Artsadmin con il sostegno di Marche Teatro / Inteatro Festival
Progetto selezionato nell’ambito del bando Marche Teatro / Inteatro Festival Call

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