Un Eschimese in Amazzonia (di Liv Ferracchiati): cultura di massa, seduzione e identità. Ne scrive Roberto Mazzone

Terzo capitolo di una trilogia sull’identità di genere, Un Eschimese in Amazzonia estende la riflessione di Liv Ferracchiati – questa volta, anche in scena come attrice – su questo tema alla società e alla cultura.

Il fulcro dello spettacolo è rappresentato dal confronto tra la persona transgender (l’Eschimese) e la società in cui vive (il Coro), o almeno la percezione che egli ne ha. Perché, paradossalmente, l’Eschimese non è una figura prevista in una società che parla all’unisono, superficiale, tendente alla spersonalizzazione.

Rispetto a Stabat Mater, in questo spettacolo la parola, pur mantenendo un  carattere ridondante, assume un’inattesa rilevanza evocativa: merito, in gran parte, delle musiche che accompagnano la pièce e rappresentano lo specchio degli stereotipi della cultura contemporanea cui tutti apparteniamo. Diventa pertanto significativo ascoltare un Gianni Morandi d’annata, accanto all’esplosione di sonorità elettroniche, espressione più “giovanile” della standardizzazione dei gusti della massa.

Nella stessa ottica è pensato il disegno luci di Giacomo Marettelli Priorelli (anche in scena come Coro), a tratti invasivo, ma che valorizza con adeguata maestria l’instabilità di un’esistenza sociale, i cui ritmi sono dettati dalla massa: un Coro di persone sciocche, con la tendenza a sporadici sprazzi di acume e generosità.

In una surreale atmosfera da stand up comedy, l’Eschimese gradualmente si stanca di raccontarsi e decide di improvvisare. Cerca di andare controcorrente, ma anche lui, personaggio del suo tempo, non può sottrarsi a quegli stessi luoghi comuni ai quali, apparentemente, sembrerebbe refrattario. Sotto la felpa con cappuccio indossa la maglia numero 10 della New Team, la squadra di Oliver Hutton. E cosa c’è di più conforme alla cultura di massa, se non un appassionato omaggio alle imprese calcistiche di Holly e Benji?

Il suo tentativo di un approccio soggettivo al concetto di transgender non cade nel vuoto e finisce per assumere una rilevanza culturale universale se per spiegarlo ricorre a una figura ambigua quanto emblematica come Lady Oscar; senza trascurare, poi, quella sensazione di apoteosi nazional-popolare che gran parte della platea ha certamente provato nell’ascoltare la versione tedesca di una hit di Cristina D’Avena: Una spada per Lady Oscar, sigla dell’omonimo cartone animato.

Nell’ultima parte dello spettacolo, ciascun componente del Coro racconta la propria esperienza relazionale con l’Eschimese: tutti lo hanno conosciuto meglio, subendone il fascino. Ciò che non si conosce spaventa, ma allo stesso tempo diventa interessante, dando il via al gioco della seduzione. Quando la società si dimostra incapace di superare i propri modelli precostituiti (sesso/genere, maschio/femmina, omosessuale/eterosessuale), l’identità di genere può diventare un’arma – più o meno efficace – per abbattere un sistema di classificazioni superflue. Ma il paradosso resta evidente: perfino un Eschimese in Amazzonia non può rimanere un outsider per sempre…

 

 

2 giugno 2018, Festival delle Colline Torinesi (Teatro Astra)
Un Eschimese in Amazzonia
Scritto e diretto da Liv Ferracchiati
Con Liv Ferracchiati, Greta Cappelletti, Laura Dondi, Giacomo Marettelli Priorelli, Alice Raffaelli
Costumi Laura Dondi
Disegno luci Giacomo Marettelli Priorelli
Suono Giacomo Agnifili
Compagnia The Baby Walk – Progetto vincitore del Premio Scenario 2017
Produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Centro Teatrale MaMiMò, Campo Teatrale, The Baby Walk. In collaborazione con Residenza Artistica Multidisciplinare pressoCaos – Centro Arti Opificio Siri Terni

 

 

 

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