Ritratto di donna araba che guarda il mare: un rebus fatalistico. Recensione di Federica Guzzon

Comunicare è il primo viaggio nella terra straniera dell’altro.

Fluctus, corrente, via via in movimento di popoli, di culture, d’arte, al centro di questo 23° Festival delle Colline Torinesi. Non solo la storia e i corpi in viaggio, cardine dell’edizione sembra il linguaggio: la parola e il corpo competono per traghettare pensieri e idee.

Il teatro, esperienza di viaggio statico, dove mente e cuore incontrano altrove mai visti prima. Con questa sfida Davide Carnevali scrive, cercando nella contemporaneità un nuovo rapporto tra testo e rappresentazione. Il talento e la visione ricevono numerosi riconoscimenti, ultimo lunedì 11 giugno per il Premio Hystrio alla Vocazione per la drammaturgia. Ma prima era la volta del 52° Premio Riccione per il Teatro che gli è valso la collaborazione con LAB121 per la messa in scena di Ritratto di donna araba che guarda il mare. La regia di Claudio Autelli si è messa al servizio della drammaturgia, intuendo di dover fare un lavoro a sottrarre. L’equilibrio enigmatico della narrazione sarebbe crollato al primo tradimento, così l’azione scenica non doveva far altro che amplificare la suggestione immaginifica, senza deviarla.

Il risultato è un’operazione audace, sperimentale e visionaria.

L’Uomo, la Donna, il Giovane Uomo e il Bambino si incontrano in un’antica città, per loro inferno e paradiso. Lo spazio definisce l’uomo, più che mai in questa storia di ribaltamenti e dualismi.

La città tutta doveva essere in scena ed entra con un plastico in cartone realizzato da Maria Paola Di Francesco. In questo le statuette bianche dei personaggi, fissi e immobili. Come poterli far parlare? Come mostrare la storia in quel plastico grande più o meno un metro per un metro all’intera platea? La risposta è immersivo, come il dramma di Ritratto di donna araba che guarda il mare, così è la concezione dell’adattamento. Autelli immerge lo sguardo dello spettatore nel plastico, lasciando che siano le parole a guidarlo, alimentando l’immaginazione.

Una macchina da presa volteggia sulla città araba e l’immagine è proiettata sulla parete di fondo, intanto un attore presenta sé e gli altri tre che sono nella città con le loro voci. Gli attori leggono le didascalie, descrivono la situazione e impersonano quei pupazzi imbalsamati. Seduti o in piedi sono misurati, pochi gesti: tutta voce, tutto trasporto facciale, come dei doppiatori, senza toccarsi. Possono interagire solo con il plastico, la propria poltroncina, i loro abiti, i pochi oggetti.

Le azioni devono essere pronunciate per divenire reali, dei sentimenti bisogna parlare per prenderne coscienza. La parola è tutto, tutto e niente. “Niente” continua a dire l’Uomo, lo straniero europeo, quando la Donna chiede cosa cerca. “Niente significa molte cose nella mia lingua”. Tutto e niente, ogni vocabolo rappresenta un valore mai assoluto, ma determinato da tradizione, storia ed etica. Così il linguaggio è centrale nella sua doppiezza, traduce incomprensioni sociali e personali. L’Uomo e la Donna hanno una relazione, raccontata con dei salti giganteschi (ci sono buchi di mesi) che aumentano il dubbio sulle loro posizioni quando la storia finisce. L’europeo dovrà andare via, la donna araba ha creduto alla promessa che potrà seguirlo. Questa rottura li porterà a reagire. Intervengono i due fratelli della donna, il piccolo dovrebbe essere il buono, il grande il vendicatore. Eppure i vuoti di narrazione, la percezione dell’altro, che non si capisce davvero, queste mezze verità: generano infinite biforcazioni. In base al ruolo che si vuol dare ai personaggi acquista tutto un altro senso. Chi è il buono la donna o l’uomo? Chi attiva l’ingranaggio di devastazione e in che modo? Carnevali costruisce un rebus logico di cui Borges sarebbe fiero e allo spettatore restano domande e nessuna risposta. Domande che servono a interpretare il mondo e vedere oltre alla percezione di sé nella società.

Caustico il testo, intensa l’interpretazione di Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù e Giulia Viana e geniale la regia sostenuta dalle luci essenziali di Marco D’Andrea e dal suono di Gianluca Agostini che genera un vortice continuo, che suggerisce ambizioni nascoste. La ripetizione delle onde che si infrangono, delle ruote delle biciclette che girano, della roulette, degli scavi conducono nel vortice oscuro da cui non si esce ed è il fato a governarlo. I personaggi arabi lo richiamano come garante, un deus ex machina di incredibile fascino proibito.

 

5/06/18, Festival delle Colline Torinesi, Lavanderia a Vapore
Ritratto di donna araba che guarda il mare
Di Davide Carnevali
Regia di Claudio Autelli

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