Da Castrovillari, 111, del drammaturgo di origini polacche Tomasz Man. La recensione di Letizia Laezza

Si chiama progetto Europe connection in collaborazione con fabulamundi ed è il presupposto per comprendere l’interesse peculiare dello spettacolo 111.
La prima va in scena il 30 maggio 2018 nel contesto del festival primavera dei teatri di Castrovillari, dopo una lunga e articolata gestazione della pièce.
Con e per la regia di Emilia Brandi, prende forma un testo di Tomasz Man, drammaturgo di origini polacche.
111 è un racconto di difficoltà ed incomprensioni familiari, esasperate all’estremo dramma irreversibile, ma, per quanto ogni nucleo famiglia possa scegliere a quale livello della tragedia fermarsi, ogni individuo appartenete ad un nucleo famiglia può riconoscere in qualche tratto della storia il proprio disagio del non capire e del non riuscire a farsi capire.
Quattro attori aprono lo spettacolo e restano per tutta la sua durata tendenzialmente ai propri posti: ognuno ingessato nel proprio ruolo, mancante di alcuna flessibilità nello spazio e nelle relazioni; ognuno a guardare le cose unicamente dal proprio angolo di palco.
Strumentale la scelta dei costumi, di Rita Zangari, che presenta l’essenza dei singoli e poi del gruppo già nella fotografia iniziale: la madre, interpretata dalla stessa Emilia Brandi, in vestaglia di un convenzionale rosa tenue; il padre, Ernesto Orrico, in tuta celeste, come è giusto che vestano i maschietti, e la figlia, Ada Roncone, nel tepore dell’accappatoio, nell’intimità della sua casa, delle sue cose, tutte sul tavolo intorno a lei, oggetti di una quotidianità personale che vuole offrire al pubblico, dalla sua posizione erta su di un tavolo a centro palco, dove vive, osserva e domina le azioni banali di una qualsiasi famiglia. Provata dall’incomprensione.
Una qualsiasi famiglia occidentale.
Una qualsiasi famiglia che sbaglia suo malgrado, composta di persone magari non cattive ma che non capiscono cosa fare per fare bene.
Al centro delle relazioni, dalla sua prospettiva, la figlia che filtra la vicenda è il simbolo stesso della mediazione dei complicati rapporti fra i genitori e il figlio, Marco Aiello, scenicamente come semanticamente chiuso nella sua tinozza.
La vittima senza nome, l’irrequieto, l’unico che si muove nella stanza ma che pare in gabbia.
Un ragazzo difficile, eppure un creativo; dagli istinti pericolosamente violenti, eppure capace di sviluppare affetti viscerali; un ragazzo che comunica in una maniera tutta personale ma che non è in grado di farsi capire. Un ragazzo che la famiglia non riesce a comprendere, arginare, gestire: ci prova, si sforza, ma poi si esaspera, e poi si esasperano tutti, e si litiga, si corre, si urla, ci si agita, si piange, e mai si risolve nulla.
Immagine emblematica, come tigre allo zoo, il ragazzo si incastra sotto il tavolo della sorella: cerca una via di fuga, ma gli è difficile, come a tutti gli altri.
Le luci di Antonio Giocondo collaborano efficacemente allo scandirsi dei momenti della vicenda; il ritmo della recitazione segue il flusso del racconto con una metrica incessante, tendente alla claustrofobia. Non si sfugge alle faccende della famiglia. È il ritmo della famiglia. È il ritmo di chi crede di fare le cose buone e le ripete fino allo strenuo, fino all’esaurimento delle forze, dell’altro, dei risultati.
Lo spettacolo vuole essere universale come i topoi che lo attraversano; la comunicazione oltre le parole, nell’analisi dell’umano che appartiene a tutti.
Perché non solo la famiglia media italiana o meridionale possa riconoscere le proprie mancanze e difficoltà, ma perché l’intera famiglia europea si ritrovi in un quadro delle dinamiche della famiglia media, perché lo spettacolo tenda all’universale senza snaturare le origini della sua scrittura; per rispettare questi parametri è venuto su lentamente, si è formato, si è scoperto, si è studiato, in un lavoro che ha goduto della consulenza e supervisione di Katia Ippaso, drammaturga e critica.
Scopo del progetto Europe connection – playwriting Europe quello   di creare una rete, di fare contatto, di mettere in comunicazione e quindi a confronto diverse figure di operatori nell’ambito dello spettacolo da tutta Europa. l’Europa come comunità produce arte in tante singole realtà sconosciute fra loro, il che appare limitante sotto diversi aspetti, a partire da quello dello scambio  reciproco.  Così il festival di Castrovillari si fa sede di proposta ed incontro e accoglie un trio di pièce dalle diverse origini: oltre 111, Confessioni di un masochista di Roman Sikora e Extremophile di Alexandra Badea, in un minicircuito che avvicina arte, pubblico ed artisti.

 

30 maggio 2018, Festival Primavera dei Teatri
Progetto Europe Connection, in collaborazione con Fabulamundi. Playwriting Europe
Compagnia Brandi – Orrico / Zahir
111  prima nazionale
Di Tomasz Man
Regia Emilia Brandi
Con Marco Aiello, Emilia Brandi, Ernesto Orrico, Ada Roncone
Musiche originali Massimo Palermo
Costumi Rita Zangari
Disegno luci Paolo Carbone
Tecnico luci Alessandro Palmieri
tecnico audio Antonio Giocondo
Assistente alla regia Diletta Vittoria Ceravolo
Organizzazione Alessandra Fucilla
Promozione Maria Teresa Fabbri
Traduzione Francesco Annichiarico
Produzione Zahir, Primavera dei Teatri in collaborazione con PAV, Comune di Rende, SistemaTeatri UniCal, Ass. Entropia – DAM, Ladri di Luce

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