Giulio Cesare. Pezzi staccati – la mappa concettuale di Romeo Castellucci. Il commento di Federica Guzzon

“Vi mostro le ferite del dolce Cesare, povere, povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per me: ma se io fossi Bruto, e Bruto Antonio, allora vi sarebbe un Antonio che sommoverebbe gli animi vostri e porrebbe una lingua in ogni ferita di Cesare, così da spingere le pietre di Roma a insorgere e ribellarsi”. (Shakespeare L’orazione funebre di Antonio)

Freddo e concettuale. Giulio Cesare. Pezzi Staccati è una mappa del tesoro, bisogna unire i pezzi, bisogna decifrare i codici per entrare a contatto con lo spettacolo. Un’esperienza che sconfina dalla sala teatrale, che implica una consapevole partecipazione intellettuale.

Romeo Castellucci complica il processo di conoscenza perché sia autentico, non vuole uno spettatore che finga di partecipare, con divertito distacco. Crea invece distanza perché si attui una scelta. Diremo: sì lo voglio o dimenticheremo.

L’opera del 1997 viene frammentata e raccogliendone i pezzi si ricostruisce una sintassi logica perché l’esperienza del teatro è condivisione, è rituale di trasformazione, è collettività, è comunicazione. Allora che si parta dall’inizio: dal linguaggio. Fratturato anch’esso a livelli sovrapponibili ma non ambivalenti: oralità, corpo, scrittura.

La parola esprime il pensiero, ma può essere falsificata ed è il corpo a tradirne le intenzioni. Giulio Cesare. Pezzi Staccati ricerca l’origine dell’espressione verbale, ne mostra il processo fisico dalle corde vocali. Il personaggio di Sergio Scaraltella con il cartellino al petto …vskij inserisce un endoscopio nella narice proiettando sullo schermo la laringe. Si apre e si chiude come una bocca interna che trema e si gonfia mentre racconta il discorso del ciabattino. Viene preannunciato il colpo di stato a Giulio Cesare, nella vanità della parola, veicolo di congetture e inasprimento politico. Giulio Cesare (Gianni Plazzi) sta tornando a Roma trionfante con la sua condanna segnata. Simbolico il cavallo nero, elegante, che entra in scena, sul fianco del quale …vskij scrive a tempera Mene Tekel Peres. Sono nell’episodio del re babilonese Baldassarre, scritto da Daniele nell’Antico Testamento. Contati, bilanciati, divisi: così Dio comunica il suo dissenso per quel regno con cui ha fatto i conti e ha deciso di porne fine, dividendolo.

Tutto ciò che il dictator dirà non avrà più valore, il suo destino è segnato. Nella sua veste porpora parla al popolo ma senza emettere suoni, sono i gesti a riecheggiare spostando l’aria amplificata nelle casse. Le sue azioni valgono più del verbo e creano l’agitarsi rabbioso delle onde che stordisce e spaventa.

Preso da tre uomini, è ucciso, dopo averli nutriti al suo seno. In posa plastica, uno sembra nascondere il coltello, poi si avvicina al seno finto, formando una composizione (potrebbe essere la psi greca, 23esima lettera come le 23 coltellate?). Chiuso nella sua veste che diviene un sacco è trascinato fuori (un’altra posa, come la lambda, 11esima lettera come l’orario dell’uccisione), passando per il pubblico che si apre.

L’assenza, la testa marmorea a terra e un cubo con inciso Ars, invita Marcoantonio (Maurizio Cerasoli) a farsi avanti, a esibire la sua retorica con il celebre discorso shakespeariano. Parla per compiangere il defunto, parla più per se stesso, per preparare il consenso alla sua ascesa politica. Utilizza il sangue di Giulio Cesare per ammaliare: dal fondo l’anziano condottiero gli porge il cuore e l’oratore si imbratta la bocca del rosso e mostra la mano tinta. Teatrale, compassionevole, ma falso anch’esso. Questo vediamo ora che la parola non si erge su tutto il resto: l’attore laringectomizzato fa uscire il suono dal buco della gola. La dolcezza della parola non si forma nella bocca, ma senza maschere arriva diretta, poco comprensibile, impoverita dell’ars oratoria.

L’azione teatrale si svuota dell’arte attoriale che interpreta, ossia spiega, traduce. Si priva della sovrastruttura linguistica del linguaggio che camuffa la verità e la porta su un altro piano, come avvenne nella storia. Si allontana dall’insegnamento di Stanislavskij (a cui si riferisce “..vskij”) per esprimersi nella pura azione dell’attore in pezzi ricodificati nell’essenzialità.

Romeo Castellucci non cerca coinvolgimento sentimentale ma eccitazione intellettuale, apre nuove porte della teatralizzazione e sovverte il rituale da soggettivo a oggettivo. Non chiede una connessione sensitiva ma empirica che si attua nello scioglimento degli enigmi e nella ricostruzione della mappa.

Nel processo di ricerca avviene l’interpretazione personale con valenza specifica e non universale. Avviene la catarsi concettiva.

 

2 e 3 giugno 2018
Festival delle Colline Torinesi, Fondazione Merz, Torino
Giulio Cesare. Pezzi staccati
Intervento drammatico su W.Shakespeare
di Romeo Castellucci
regia Romeo Castellucci
ideazione Romeo Castellucci
con Giulio Cesare: Gianni Plazzi, Marcantonio: Maurizio Cerasoli, …vskji: Sergio Scaraltella
assistenza alla messa in scena Silvano Voltolina
tecnica Nicola Ratti
responsabile di produzione Benedetta Briglia
promozione e comunicazione Gilda Biasini, Giulia Colla
amministrazione Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci
produzione Societas

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