Trilogia sull’identità della compagnia The Baby Walk apre il Festival delle Colline Torinesi. Di Federica Guzzon

La ventitreesima edizione del Festival delle Colline Torinesi è inaugurata dalla Trilogia sull’Identità della compagnia The Baby Walk, 1 e 2 giugno al Teatro Astra di Torino. Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater (Premio Hystrio – Scriture di Scena 2017) e Un Eschimese in Amazzonia (Premio Scenario 2017).

Finché non diamo un nome alle cose, queste non esistono, ma se sbagliamo nome queste esistono per noi in modo differente dal loro essere.

The Baby Walk riesce a usare il linguaggio che conosciamo per farci conoscere ciò che non conosciamo. Questo rende la Trilogia sull’identità familiare, mette a proprio agio lo spettatore, inserendolo in un percorso di scoperta. Attraverso la narrazione si entra a contatto con l’altro da sé per ritrovarsi, spesso per scoprire tratti di vita propria a cui non abbiamo dato un nome.

Il veicolo di questi spettacoli è il transgender, ma il focus è il percorso di crescita, la rottura tra l’essere percepito e l’essere vissuto.

Capitolo I
Peter Pan guarda sotto le gonne, I capito, prende Peter Pan nei Giardini di Kensington di Barrie per raccontare il sentimento di perdizione all’interno dei dettami sociali. Peter è l’eterno bambino, ma perché non vuol diventare adulto? Perché c’è finzione, ci sono maschere da indossare e ruoli da ricoprire che chiedono di mettere da parte se stessi per poter far sentire tutti a proprio agio. Questo sentimento di inadeguatezza, questa paura di perdere il controllo e di sbagliare è contraria al sistema capitalistico. Invece i bambini possono giocare, posso cadere senza farsi male. Peter (Alice Raffaelli) è in un corpo di una bambina che non vuole indossare il vestito rosa per poter correre col pallone nei giardini di Kensington, dove incontra Wendy (Linda Caridi). Lui ha undici anni e mezzo e lei tredici, una piccola donna che vuole fare le cose da grandi, come fumare e avere un fidanzato. Lui vuole giocare, costruire una casa sull’albero dove non dover rispondere alle domande dei genitori e vivere liberamente quella felicità generata dal rapporto con Wendy. Ma il suo corpo da bambina crea un cortocircuito, uno sdoppiamento tra ciò che è e ciò che appare. Allora tutti i valori e le aspettative che gli altri hanno per lui sono traditi e Peter ha altro a cui pensare.
La scrittura di Greta Cappelletti e Liv Ferracchiati è puntuale e Peter Pan guarda sotto le gonne riesce a sciogliere in poche immagini complessi temi filosofici e socioculturali.
La scena è vuota, al centro ci sono i corpi e le loro reazioni, perché dove il linguaggio crea delle trappole arriva la contact dance e il linguaggio corporeo. Vedere e rivivere lo sdoppiamento di Peter, che incontra il se stesso adulto (Luciano Ariel Lanza), o la proiezione di sé, rende evidente la frattura interna e apre una strada del possibile. Una rivoluzione. Perché la realtà non è statica, ma in divenire e in questo non deve esserci rassegnazione, non bisogna piegarsi allo sguardo degli altri, ma lottare per mostrare l’invisibile. Come l’Isola che non C’è.

In questo dialogo tra visibile e invisibile la traghettatrice è Tinker Bell (Chiara Leoncini) che improvvisa con gli spettatori, chiedendo di essere fotografata come prova della sua esistenza. Rompe la quarta parete e ridefinisce i confini tra reale e fantastico, portando il pubblico dentro la vicenda, chiamandolo a vivere i suoi ricordi di bambino. Ci sono le incomprensioni con i genitori, che sono delle voci autoritarie fuori campo, e lo smarrimento adolescenziale in cui è rilevante solo il qui e ora: il proprio sentire più forte delle regole, più forte delle strutture sociali.

Capitolo II
Quella ribellione se non viene incanalata genera degli adulti a metà, come Andrea di Stabat Mater, II capitolo. Alice Raffaelli interpreta ancora un transgender che dietro un’ironia acuta nasconde una profonda fragilità alimentata da un rapporto soffocante con la madre (Laura Marinoni in videoproiezione), unica a chiamarlo al femminile. Per paura di perdere il rapporto con lei non pronuncia ad alta voce chi è, così da generare un’incolmabile distanza. Si nasconde dietro l’evidenza andando a danneggiare qualsiasi relazione, come se vivesse in un sogno, un gioco dove nessuno si ferisce. Se Peter era un bambino maturo, Andrea è un adulto infantile. I personaggi citano Woody Allen, mastro di questa ironia grottesca, abbinata alla regia di Liv Ferracchiati che sovverte l’andamento narrativo permettendo un godimento a più livelli.
Peter Pan guarda sotto le gonne ha una struttura circolare ricongiungendo l’incipit al prologo attraverso il vestito rosa. Qui la vestizione è ancora metafora della definizione identitaria (la protagonista è inizialmente in intimo e ci sono continui cambi d’abito in scena) e si collega ancora inizio e fine, ma non solo. Lo spettacolo segue una linea cronologica che viene spezzata da flashback e Andrea si muove avanti e indietro dalla sua casa con la fidanzata (Linda Caridi) allo studio della psicologa (Chiara Leoncini). Nonostante questo l’andamento è fluido, il tempo e lo spazio seguono delle regole circolari e non lineari, una spirale che ci porta a poco a poco dentro la testa di Andrea, dove si mescolano le tre donne della sua vita. Finché non scopre che tutto sta accadendo in lui e non fuori di sé e ritorna al passo che non ha mai fatto: parlare sinceramente con la madre.

Capitolo III
Una volta combattuta la lotta interna è ora di confrontarsi con il mondo: lo fa Un eschimese in Amazzonia.
Sul palco lo stesso regista Liv Ferracchiati che si presenta come un eschimese inadatto a vivere in Amazzonia per il caldo. A sovrapporre la sua voce un coro (Greta Cappelletti, Laura Dondi, Giacomo Marettelli Priorelli, Alice Raffaelli), le voci degli altri, che vogliono sapere come etichettarlo, come chiamarlo. Allora domande sulla sua sessualità, osservazioni sulla sua ambiguità e frasi comuni che richiamano un’omologazione di pensiero. Questo è lo spettacolo meno convenzionale e più diretto, la narrazione cede il passo all’azione, o meglio reazione. Il corpo organico dei ballerini parla una sola lingua e non sente, reagisce solo a ciò che conosce, si interessa solo a ciò che vuole sentire. Uno scontro che sostituisce cazzotti a forti abbracci, ironico e tagliente, provocatorio. Lo spettatore è lì a sentire su di sé l’emarginazione e l’assalto del gruppo che visto da fuori è sciocco e insignificante ma colpisce forte e atterra. Per combatterlo serve trovare lo stesso linguaggio, serve entrare nelle paure che ci fanno riconoscere tutti fragili, tutti soli. Allora ecco la morte, ecco che si parla di come sarà il proprio funerale. Momento grottesco, perché poi si torna a Holly e Benji, al calcio, alla satira politica. C’è la paura che ci riporta a guardarci in faccia, negli occhi per vederci persone, senza categorie.
Così il gruppo si sfalda, via le maglie blu ed entrano uno a uno sotto l’occhio di bue a raccontare al microfono come hanno conosciuto l’eschimese e cosa pensano davvero di lui.

 

Spettacoli visti il 02/06/2018 al Festival delle Colline Torinesi
Peter Pan guarda sotto le gonne Trilogia sull’Identità – capitolo I
Stabat Mater Trilogia sull’Identità – capitolo II
Un eschimese in Amazzonia
 Trilogia sull’Identità – capitolo III

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