L’iconografica Antigone di Tiezzi. Di Federica Guzzon

Iconografica. Fredda. Concettuale. Antigone è femminile e vittima sacrificale, Creonte è insicuro e vittima colpevole.

Questa l’Antigone di Federico Tiezzi, che dopo il riadattamento della versione di Brecht nel 2004 scegli di non definire il buono e il cattivo, ma di usare lo sguardo di Sofocle, non giudicante.

L’opera è mostrata, è una costruzione di immagini che racchiudono ognuna un significato simbolico. Non tutti hanno gli strumenti per decostruirle, alcuni vedono solo l’ambiente decadente, la morte incombente, lo stacco comico della guardia arlecchinesca o del messaggero. Vedono una superficie abbastanza fredda, perché non è l’emozione che rende partecipi, ma la comprensione. Protagonista è il Fato che ha predestinato i suoi personaggi a vivere la Storia. Interpretano la propria parte con le ragioni che sentono, difendono i propri valori. Quali? Creonte la legge, Antigone i sentimenti. Potere e famiglia, contesti e contenuti da cui non si sfugge e Tiezzi vuole sviscerarli con la sua trilogia che attende solo La Tempesta di Shakespeare nel 2020.

Sono degli opposti: uomo e donna, razionale e sentimentale, difensore della comunità e della famiglia; Creonte, rappresenta il sistema, Antigone le minoranze e quel “no” contro l’editto non è ribellione ma affermazione di sé. Così lei non è mascolina, come appariva nel ‘900, ma donna: sensuale, verginea e forte dentro.

Dal principio Antigone sembra consapevole del suo destino, deve farsi capro espiatorio del sistema socio-politico per aprire la porta della conoscenza. Così il personaggio di Lucrezia Guidone è sereno (non rassegnato, ma consapevole) dell’atto necessario seppure ingiusto. Decisa, come se fosse nata per immolarsi e non vacilla, non si tira indietro per quanto è fragile nella sua paura intima. Non viene raccontato un mito che trova concretezza nella finzione, questa è Storia intessuta nella realtà, sono uomini e donne imperfetti, egoisti, insicuri che difendono la propria idea di umanità.

L’atto sacrificale di Antigone trova nell’iconografia del ‘600 lugubre e mortifera un’identità cristologica. Lo scenario è un obitorio dove sono adagiati sui lettini degli scheletri, il passato che ha reso grande Tebe è morto e il presente è ancorato a esso.

Lo sfondo decadente, la scena asciutta, la penombra sono la dimora del re, circondato da morte e disfacimento. Lui che preferisce un corpo putrefatto, rosicchiato dalle bestie piuttosto che seppellirlo. Un corpo senza umanità, una società senza uomini: sono tutti morti.

Creonte è re perché il Fato lo ha voluto, non lui, e amministra la città secondo la sua idea di giusto, seguendo la legge (che lo rassicura) e facendo rispettare il potere, con la devozione del popolo. Sandro Lombardi è fragile, indeciso, per nascondere la sua paura comanda, come un tiranno incosciente che per sollevare il suo popolo lo schiaccia.

Così non riesce ad ascoltare le parole del figlio Emone, né il figlio le sue, Creonte parla ma non sente, agisce, ma non pensa, tra tutti è il personaggio più tormentato, è come Macbeth che per dominare è dominato.

Intanto l’inevitabile è a un passo ed è preannunciato dalla croce luminosa che si erge tra i due familiari.

Antigone come Cristo prende su di sé le accuse e affronta la sua via crucis, un cammino sui lettini dell’obitorio con lo scheletro sulle spalle. Va dignitosa al patibolo, senza vergogna.

A guardarla erano prima i medici che formavano il coro, ora si affacciano solo scheletri in una composizione che richiama la Sacra Famiglia.

Il dramma si compie fuori dalla scena, muore Antigone, Emone, Euridice e Creonte resta solo con la sua colpa “li ho uccisi io”.

Alla fine sono i disinfestatori a lavare via tutto il sangue, per ricominciare da capo: il sacrificio lava via le colpe e fa rinascere la società. Siamo noi l’avvenire, ma abbiamo imparato a difendere i nostri valori? Quali seguiamo? La politica volta faccia, la religione è un feticcio, senza amore, né rispetto né mutuo soccorso. L’Antigone di Tiezzi parla a noi.

Di Federica Guzzon

“Antigone” di Sofocle
Regia Federico Tiezzi
Produzione Teatro di Roma
Visto al Teatro Argentina di Roma il 21 marzo 2018

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