“La banalità dell’amore”, o l’intensità dei sentimenti di una donna. Di Annachiara Pierleoni

Il racconto di un aspetto inedito della vita di Hannah Arendt è forse la gemma della stagione del Teatro Stabile di Napoli.

Hannah Arendt può dare l’impressione di una figura rigorosa, seria, schietta, che ha vissuto sulla sua pelle le atrocità e le aberrazioni del razzismo e dell’odio che ha portato allo sterminio di milioni di ebrei nei campi di concentramento. Lei, ebrea tedesca, fu arrestata e rilasciata senza gravi conseguenze, costretta a trasferirsi prima in Francia, poi negli Stati Uniti per sfuggire alla Shoah, acquisendo la cittadinanza americana.

Nello spettacolo in scena al Teatro Mercadante di Napoli dal 28 febbraio all’11 marzo, tratto dal testo contemporaneo omonimo dell’autrice israeliana Savyon Liebrecht, la Arendt che tutti abbiamo in mente, la giornalista e filosofa che, dopo aver assistito al processo e alla condanna a morte dell’ex gerarca nazista Adolf Eichmann, ci ha regalato il saggio La banalità del male, non è stata quella rappresentata. L’anziana, elegante signora che nel 1975, anno stesso della sua morte, riceve la visita di Michael Ben Shaked, studente dell’Università di Gerusalemme, per un’intervista, ha sì due occhialini spessi e un’aria severa, ma è allo stesso tempo affabile e ironica nel rispondere con convinzione alle domande che la riportano a un periodo poco noto, ma fondamentale della sua vita, ovvero gli anni della sua relazione con il filosofo tedesco Martin Heidegger, professore all’Università di Friburgo, dove la Arendt si forma e conosce colui che considererà il suo più grande maestro e unico amore della vita. Dalle sue parole prende vita un racconto nel racconto, in cui la gioventù della protagonista, diciottenne nel 1924, quando incontra Heidegger, si incrocia perfettamente con il presente, con il disincanto, e tuttavia, la resistenza nel non rinnegare, rimpiangendo, forse, un amore appassionato e totalizzante, interrotto dalla brutalità del nazismo, ideologia e politica di cui Heidegger diventerà un fervente sostenitore, esaltato dalla prospettiva di una rinascita della Germania nella purezza della razza ariana.

Suggestivi la scenografia e gli effetti voluti dal regista Piero Maccarinelli, i fermo immagine degli attori che nei due binari della narrazione, si bloccano come a voler fissare il tempo, l’inafferrabilità del ricordo, e anche del presente più immediato, in un momento preciso, da cui la storia prosegue, imprimendosi però nella mente del pubblico. Quattro esistenze che si avvicendano affiancandosi, Hannah matura, (una bravissima Anita Bartolucci), Hannah giovane, (Federica Sandrini), Martin Heidegger e Michael Ben Shaked, (rispettivamente, Claudio Di Palma e Giacinto Palmarini). Immediata la sorpresa della rottura e del conflitto tra Hannah e l’intervistatore, che le rivelerà di essere il figlio di Raphael Mendelssohn, vecchio amico e compagno di studi della donna che amava in segreto, anch’egli ebreo, e di cui aveva perso ogni traccia in seguito alla partenza di lei per la Francia. Le accuse rivolte ad Hannah sono quelle di aver favorito Heidegger subendone il fascino perché tedesco, rinnegando il più possibile le proprie radici ebraiche in nome di una fedeltà ingiustificata alla cultura e alla storia di un paese come la Germania. Ma lei difenderà se stessa e i ricordi felici e dolorosi nella purezza di un sentimento autentico e romantico dal quale non ha saputo né voluto affrancarsi e nella genuinità dei suoi intenti e delle sue convinzioni, mai scalfite da Heidegger.

Il finale con la donna sola nel suo appartamento di New York, a guardare con tenerezza il suo alter ego giovane che, seduta di fronte a lei, si gode una sigaretta con ampie nuvole di fumo, rievoca buffamente quello di C’era una volta in America.

Una pièce che ha ottenuto un bel riscontro grazie alla passione dei suoi interpreti, alla forza evocativa di un’epoca oscura della storia ma densa di insegnamenti importanti, da cui trarre spunti di riflessione, e soprattutto, alla sapienza e all’efficacia nella rappresentazione della potenza dei sentimenti e delle contraddizioni degli esseri umani, che sul palco diventano uno stimolo a vivere con pienezza. Nonostante il dolore.

Di Annachiara Pierleoni

“La banalità dell’amore”
Di Savyon Liebrecht
Regia Piero Maccarinelli
Con Anita Bartolucci, Claudio Di Palma, Giacinto Palmarini, Federica Sandrini
Produzione Teatro Stabile di Napoli

Al Teatro Mercadante di Napoli dal 28 febbraio all’ 11 marzo 2018

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