Girotondo Kabarett, regia di Walter Le Moli, recensione di Davide Tortorelli

“Al Kabarett di Girotondo la vita è bellissima”

Arthur Schnitzler scrisse il suo Girotondo fra il 1897 e il 1900; fu immediatamente censurato. Il testo, di un’ironia pungente, il cui linguaggio sottile copre e sostituisce azioni scabrose, consiste in dieci dialoghi che sfociano in rapporti sessuali promiscui; partendo dalla Prostituta Leocadia, vedono coinvolti personaggi di tutte le estrazioni sociali fino al Conte che in ultimo incontra la stessa prostituta dell’inizio. Ipocrisia, superficialità e voracità, dominano un mondo che non ha più nulla di profondo da esprimere. La messa in scena di Lemoli per Fondazione Teatro Due, si fa beffe di questo pessimismo; evita ogni pesantezza e diventa un gioco. Tutto viene fatto accadere in un Kabarett degli anni di Weimar; periodo in cui il testo fu messo in scena per la prima volta e in cui la società tedesca fra le due guerre ha tentato con entusiasmo e intelligenza una strada nuova, poi smarrita.
Lo spettatore si siede ai tavoli disposti intorno a un palco, decide se ordinare da bere o da mangiare, ascolta la musica suonata dall’orchestra nel fondo del locale. » al centro della finzione. Intorno a lui si muovono dei personaggi inquietanti e sensuali, scenografia viva del Kabarett, muti, come fantasmi. E improvvisamente tutto appare possibile: nulla sembra essere proibito. Lo spettatore guarda e ascolta la frivolezza dei personaggi sorseggiando il suo vino e mangiando qualcosa, Ë totalmente rassicurato e libero di esprimere tutto il suo istinto da voyeur; ora desidera vedere, il più possibile, senza pudore.
Si respira una precisa idea di teatro che da molto tempo il regista affina, figlia di Molière, Shakespeare e Horvath, che nel suo scontro con la realtà, la moralità e il potere diventa gioco, spoglio di ogni presunzione. I temi che potevano essere evidenziati nel testo (povertà di valori, decadenza, supposti paralleli storici con la contemporaneità, problemi legati a trasmissione di malattie, morale, psicologia) sono intelligentemente elusi dal regista, o meglio non esplicitamente dichiarati, lasciando spazio libero allo spettatore di farsi un propria idea. Oppure di distrarsi. Nel frattempo si gioca e la situazione di rilassatezza e disimpegno in cui è immerso lo spettatore acuiscono l’ironia e la crudeltà del testo.
Il vorticoso concatenarsi di voraci rapporti sessuali si dipana alternato alle canzoni della frivola e gioiosa cantante del Kabarett e porta a rincontrare la prostituta Leocadia, origine e fine di tutto. Questa volta non Ë con noi: Ë sospesa in un luogo fino ad allora nascosto, nuda, lontana, oggetto del desiderio che domina tutto lo spazio. Tutto si dilata, la frenesia lascia spazio alla nostalgia; e al centro della scena un anziano Conte irretito e sperduto ascolta la dolce voce che sorge da quel corpo e guarda inetto, balbetta domande, non comprende le risposte: tenero e triste simbolo di un mondo alla sua fine, che può solo guardare da lontano la dolcezza della vita.
Un teatro barocco, spoglio delle convenzioni, che propone un’alternativa di libertà, di gioiosità, di creatività al cosiddetto teatro delle macerie. Un teatro che mette al centro lo spettatore e pare sussurrargli all’orecchio: noi esseri umani siamo questo; siamo la pochezza e il ridicolo che vediamo sulla scena. Lo sappiamo tutti. Non serve nascondersi, nÈ negare. Siamo il quotidiano tentativo represso di sentirci vivi. Il potere e la società non hanno mai amato questa realtà. Il teatro Ë la grande opportunità di poterla guardare e ascoltare, di potercisi immergere; a qualcuno può dare fastidio, ma non per questo si può nascondere. La sentenza che riabilitò il testo nel 1920 (letta fra gli atti è divertentissima, quasi molieriana) riassume in sé l’essenza di questa messa in scena. Sembra dire: quello che si sa, si sa. Perché non riderne, con una consapevolezza: che siamo tutti, indifferentemente, chiusi nello stesso Kabarett (Shakespeare docet).

Di Davide Tortorelli

“Girtondo Kabarett”, di Arthur Schnitzler, traduzione di Giuseppe Farese
Regia di Walter le Moli
Con Fiorella Ceccacci Rubino, Cristina Violetta Latte, Davide Gagliardini, Ilaria Falini, Luca Nucera. Paola De Crescenzo, Massimiliano Sbarsi, Maria Laura Palmeri, Emanuele Vezzoli, Carola Stagnaro, Nanni Tormen
Produzione Fondazione Teatro Due
Teatro Due di Parma 15-25 marzo 2018

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