Cous Cous Klan. L’umanità è servita su un piatto. Di Luca Sant’Ambrogio

La ricetta drammaturgica del lavoro di Carrozzeria Orfeo ricalca la preparazione della pietanza da cui trae il titolo: il cous cous. Uno è l’ingrediente fondamentale, povero ma genuino, la cui forza sta nelle possibilità: il grano, così come l’umanità. Sul palco dell’Elfo debutta una pièce sagace, condita con i più svariati aromi, un amalgama saporito dei parossismi della quotidianità portati all’eccesso per esaltarne il gusto, poi sapientemente serviti sul piatto del palcoscenico. Cous Cous Klan è uno spettacolo ampiamente godibile e fruibile, che si offre agli appetiti differenti della platea.

Il testo presenta un impianto drammaturgico ben strutturato, che si arricchisce di un’infinita quantità di spunti di riflessione, anche se la linea che definisce la trama risulta frastagliata e a tratti poco compatta. Ci troviamo oltre una rete dove la società perbene esilia i reietti. In questo luogo di degrado, in cui perfino le roulotte in cui dimorano i protagonisti sono fatiscenti e instabili, assistiamo per due ore alla vita sregolata di chi è stato escluso. Accampati in una spettrale periferia ci sono tre fratelli: Olga (una spumeggiante Beatrice Schiros) indurita dalla vita, Achille (Alessandro Tedeschi) sordomuto che reprime la sua sessualità con una irrequieta omofobia, e Caio (Massimiliano Setti) un ex prete. Tra i veterani clochard che hanno ormai il controllo del territorio e gestiscono l’approvvigionamento di acqua (privatizzata da chi è rimasto dentro la rete) giunge Aldo (Alessandro Federico) un borghese cacciato dalla famiglia. Compare anche la visionaria figura di Nina (Angela Ciaburri), indomabile creatura dai poteri premonitori.
Ma al di là del plot le vicende di questa banda di disgraziati sono da cogliersi nell’atmosfera che i sei attori sono in grado di restituire. A colpire non è tanto il passato dell’uno o l’arroganza dell’altro, ma il sentimento trasversale di disperazione, in cui però si innesta il germe di una sorta di amore claudicante. Pur nella differenza etnica e nella nevrosi della fame, i protagonisti fanno tutti parte di una famiglia allargata, che cela, dietro ad una incapacità di dimostrare affetto, un viscerale sentimento di solidarietà. Non è un caso che Aldo venga di fatto accolto dal gruppo, mentre è la sua famiglia vera ad averlo respinto.

Carrozzeria Orfeo mette lucidamente a fuoco come il sentimento di umanità resista in chi pare averlo perduto, allontanandosi dalla società. Chi vi resta, invece, trincerato dietro falsi valori da benpensante, sfoggia affermazioni di civiltà con un iper utilizzo dei social, ma perde ogni riferimento all’intima bontà dell’uomo. In questo modo la rete che dovrebbe definire il dentro dal fuori, il civile dal barbaro, il ricco dal povero, diventa un confine arbitrario, la cui lettura può essere ribaltata. La civiltà, forse, non sta più nell’adesione ad un modello comportamentale, quanto nell’attingere alla propria interiorità lasciandone affiorare i tratti più umani. Allo stesso modo, la ricchezza non sta più nella disponibilità economica o nelle risorse intellettuali, quanto nella capacità di provare sentimenti.Ad esaltare continuamente il sapore agrodolce della pièce c’è l’ingrediente segreto di Carrozzeria Orfeo: il ritmo. Gli attori sostengono alta la tensione, passando da dialoghi pirotecnici a momenti più scuri. Un esempio della profondità che innerva l’umorismo della compagnia è il monologo di Mezzaluna (Pier Luigi Pasino), che con poche parole sconfessa ogni pregiudizio sugli immigrati arrivando al cuore come un proiettile di verità.
Dopo un momento poetico, che per energia sembra la conclusione della pièce, la narrazione riprende. Si conclude poco dopo con un finale sospeso e inaspettato, che stride, tanto da non far scattare l’applauso. Sembra di aver trovato un capello nell’ultimo boccone di un piatto squisito. Ma nella vita lontano dai riflettori le cose vanno così: non c’è un lieto fine. Non esiste un momento giusto: le cose semplicemente accadono.

Di Luca Sant’Ambrogio

“Cous cous Klan”
Di Gabriele Di Luca
Regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
Con Beatrice Schiros, Alessandro Tedeschi, Massimiliano Setti, Pier Luigi Pasino, Alessandro Federico, Angela Ciaburri
Produzione Carrozzeria Orfeo / Teatro dell’Elfo / Teatro Eliseo / Marche Teatro in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana e La Corte Ospitale di Rubare

Al Teatro Elfo Puccini di Milano, dal 12 al 31 dicembre 2017

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