A fronte di alcune concrete e sviluppate indagini su Internet, …avanza tutto un esercito di impiegati che digitano sulla tastiera sospinti dal proprio ego insoddisfatto

Stefano/Gianni, quanto peso date a ciò che la critica scrive del vostro lavoro all’indomani di un debutto?
La riflessione critica ha quasi perso ormai da tempo la sua linfa vitale. Non solo in Italia ma un po’ dappertutto. Le stagioni inclementi, le relazioni mistificate      con gli artisti e corroborate da questi ultimi, i luoghi sempre più perimetrati e soprattutto lo scollamento che si è allargato tra produttore e fruitore della creazione artistica hanno costretto l’intellettuale a trasformarsi in un concorrente tv, con titoli sommari in grassetto per attirare audience. Ci sono ovviamente figure di grande qualità che continuano a produrre parole sui detriti ma è una lenta e progressiva agonia. Ormai il pubblico non ha più alcun motivo di leggere sui quotidiani i comunicati stampa o il pollice verso o recto di neroniana memoria del recensore di turno, che rimangono privilegio esclusivo degli addetti ai lavori trasformando tutto in un egotico rito massonico. Restano le riflessioni con alcuni giornalisti, i saggi e gli incontri universitari a mantenere un barlume di relazione autentica tra arte e critica. Tutto il resto si è tramutato in una gigantesca zattera della Medusa dove ognuno annaspa per rimanere a galla. Con tali premesse come si può attribuire un qualche valore?

Vi interessate solo delle grandi firme della carta stampata o anche di cosa scrivono sul web critici meno rinomati?
È proprio la Rete uno dei principali boia che ha decretato la morte della Critica. L’approssimazione e il proliferare di recensori improvvisati della domenica che tentano di trasformare il loro ruolo di spettatori in qualcosa di più monetizzabile, in termini di riconoscimento, ha abbassato notevolmente il livello generale. A fronte di alcune concrete e sviluppate indagini che Internet, per una questione di costi, riesce a mantenere producendo un pensiero non telegrafico, quindi di sostegno e confronto con l’artista, avanza tutto un esercito di impiegati che digitano sulla tastiera sospinti dal proprio ego insoddisfatto. Senza alcuno strumento cognitivo ma figli di quel campiello osceno, Facebook, dove tutto viene prodotto per avere il compiacimento della piattaforma.
Tali social network, figli della tv più deteriore e dei linguaggi spazzatura in voga negli ultimi anni, hanno generato un fenomeno diffuso: quella che definiremmo la sindrome di Davide. Una versione meschina del pastorello che uccide Golia, di bibbiesca reminiscenza. I pennivendoli si esercitano sui giganti, sputando e ingiuriando al solo scopo di raggranellare visibilità dal popolo del web. Esattamente come gli opinionisti in disarmo che affollano i salotti catodici di questa Italia cafona.

C’è stato il giudizio di un critico, che ha influenzato il vostro lavoro?
Lasciamo che le influenze o gli spunti di ragionamento arrivino da individui di cui testiamo personalmente la caratura intellettuale e morale. Sfortunatamente quella che si sta perdendo, a parte qualche raro caso e le dovute eccezioni, è la coscienza critica. Una forma anche etica di fare il proprio mestiere. È il collasso. Una disintegrazione tra energie opposte che cozzano: da una parte la volontà di riflettere un pensiero, dall’altra il bisogno disperato, motivato dallo sbando culturale, di farlo diventare una forza economica. Ecco che gli intellettuali, una volta fieri del loro isolamento che diventava anche sinonimo di trasparenza del cogitare, messi all’angolo si coalizzano, formano holding, piccole aziende dove uniformano le dottrine e si spartiscono gli incentivi per poi, al momento opportuno, provvedere al licenziamento in massa o alla rifondazione di un nuovo e privato commercio. Perché la solitudine dei numeri primi, si sa, in virtù anche del retaggio storico, continua a fare gola.
Da qui parte la giostrina rinascimentale degli adulatori, i recensori online di piccolo cabotaggio che spalmano di lozioni idratanti le schiene dei recensori da carta stampata, assurti a semidei perché provvisti di contratto. Questi ultimi, si abbeverano alla fonte degli internauti, credendo di restare agganciati al tempo presente e illudendosi di trattenere il tempo che scivola via. Affidereste vostro figlio, con tali premesse, al nano di un circo di provincia?

Ricordate una stroncatura che vi ha fatti particolarmente arrabbiare? 
La rabbia è un sentimento che si condivide con qualcuno che rispetti. Ci ha rattristato l’atteggiamento di alcuni operatori che, qualche anno fa, complice l’ennesimo gioco a premi ideato per gratificare le nuove realtà teatrali (che poi si trasformava nell’annoso e abusato gioco di inventare il prodotto “vincente” da lanciare sul mercato) abbia usato il nostro nome, la popolarità e l’affetto delle tante persone che seguono il nostro lavoro, allestendo una torre sulla quale piazzare noi e una giovane formazione, per poi sollevare un vespaio on-line e proclamare un vincitore che avrebbe dovuto avere la risonanza di aver scavalcato il “fenomeno”. Quel sensazionalismo che ci avevano attribuito da sempre, con identica smorfia di disappunto, veniva ora utilizzato per i loro scopi. A quei trionfatori quel tipo di incoronazione non ha fruttato granché ma la manovra ha rivelato la biancheria intima del Re. Ecco, sono queste piccinerie che hanno trasformato la fionda di una certa critica nel mascara da ripassare sulle ciglia, affondati fino al collo nelle macerie di una débâcle, cantando “tace il labbro, t’amo dice il violin…”

Nella foto Gianni Forte e Stefano Ricci sono a Guanajuato in Messico, ritratti da Stéphane Pisani.

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